Dicono siamo sud.
08 giugno 2008
Clandestini
Dicono siamo sud.
07 giugno 2008
La metafora della Cattedrale di San Vito
*V. Havel, Investire nei valori umani per riscattare i paesi poveri , "La Repubblica", 28 dicembre 2000
Parole chiare
06 giugno 2008
Clandestini
Come ti addomestico il clandestino. Un fenomeno globale dalle radici antiche
“La Stampa”, 6 giugno 2008.
Noi siamo gli stranieri, i clandestini, noi uomini e donne soltanto vivi e noi ti chiediamo asilo asilo», così cantano i Clopin, gli zoppicanti, entrando in scena in Notre Dame de Paris, il musical di Riccardo Cocciante, traducendo con la parola «clandestino» il termine francese Sans papier. Nella lingua italiana clandestino è «colui che viaggia di nascosto», ma anche «chi agisce in segreto contro precisi decreti», dal francese clandestin, termine diffuso nel XIV secolo. In un altro significato, la clandestinità è poi legata all'azione politica: le società segrete dei «carbonari» nel Risorgimento, i partigiani nella Resistenza. E persino i clandestini della lotta armata negli anni Settanta del XX secolo a cui Antonio Moresco ha dedicato in Clandestinità (Bollati Boringhieri) una vera e propria fenomenologia del vivere nascosti (clam, dal latino: «di nascosto»). Oggi i clandestini sono coloro che sono entrati di nascosto in Italia, che vivono privi di documenti o di permesso di soggiorno (i francesi Sans papier), occultati, eppure ben presenti in mezzo a noi. La parola clandestino si è sostituita a un'altra che sino a qualche tempo fa indicava la presenza di persone «diverse»: straniero. In un capitolo della sua Sociologia, pubblicata nel 1908, Georg Simmel il maggior sociologo del XX secolo, spiega chi sia lo straniero. Per lui l'elemento spaziale è essenziale. Vicinanza e distanza sono i due parametri decisivi. Se la distanza nel rapporto, scrive Simmel, significa che «il soggetto vicino è lontano», lo straniero, il cui etimo rimanda a «estraneo», è propriamente «il lontano che è vicino». Lo straniero è tale solo se si trova in mezzo a noi. Simmel pensava agli Ebrei che vivevano nella società tedesca dell'Ottocento. Attualmente al vocabolario delle vicinanze e delle lontananze si aggiunta una parola, differenza, declinata di solito al plurale, che tende a definire in termini culturali la figura dello straniero. Michel Wieviorka, sociologo francese, in L'inquietudine delle differenze (Bruno Mondadori) racconta la storia di un gruppo di giapponesi, i nikkeijin. Si tratta di giapponesi emigrati negli anni Venti del XX secolo in Brasile. Istruiti e colti, dotati di laurea, essi s'impiegano come professionisti e ingegneri, ma negli anni Settanta e Ottanta, a seguito di una crisi economica, decidono di fare ritorno in patria. Del tutto simili fisicamente ai compatrioti, divengono immediatamente oggetto di discriminazione, forma atipica di razzismo. I nikkeijin si sentivano mentalmente diversi dai loro compatrioti: avevano nostalgia per il Brasile, guardavano la televisione brasiliana, leggevano i giornali brasiliani, tuttavia non avevano assolutamente voglia di fare ritorno là. Estranei sia in Giappone sia in Brasile. Chi sono i nikkeijin, stranieri o differenti? Wieviorka ci ricorda che l'identità degli stranieri presenti in Francia, come in Italia, si costruisce con modalità diverse dal passato. Alla memoria della propria origine, del paese da cui provengono, si affianca l'identità alimentata da simboli, immagini, suoni, parole che circolano attraverso internet, telefono e cinema, ovvero i mezzi di comunicazione di massa su cui l'antropologo Arjun Appadurai ha attirato la nostra attenzione. Wieviorka aggiunge un ulteriore elemento su cui riflettere: quando chiediamo, scrive, in una ricerca ai giovani musulmani delle periferie francesi qualcosa circa la loro religione, questi rispondono che non sono musulmani per via della loro famiglia o dell'educazione, bensì «per scelta personale». La decisione è il frutto della loro soggettività. Accanto al crescente peso delle reti - umane, culturali, politiche, religiose, economiche - nella globalizzazione s'afferma il valore del soggetto, una forma di individualismo che pare sfuggire alla logica dei vecchi sistemi, o che resiste tenacemente ad essi. Il soggetto non è l'attore, precisa il sociologo francese, ma «il carattere creatore dell'agire umano». Nei ragazzi delle banlieue, il soggetto autoafferma se stesso, il proprio corpo, la propria capacità creativa, ma anche distruttiva, cosa che accade anche in altri contesti e gruppi come le bande giovanili e gli ultras, o altre tribù metropolitane descritte da elementi sempre più ibridi e indefinibili, al di là delle vecchie ideologie identitarie dell'occidente come si è visto di recente. Il filosofo Pier Aldo Rovatti in un piccolo libro, Possiamo addomesticare l'altro? La condizione globale (Forum), cerca di mettere a fuoco ulteriormente il problema; vi sostiene che noi viviamo sempre più in comunità autocoercitive, in cui i luoghi si stringono e riducono in modo vertiginoso, mentre al tempo stesso lo spazio sembra dilatarsi in «un continuum senza intervalli né pieghe, sconfinato, ma in effetti assai ristretto», che paradossalmente percorriamo con facilità e a grande velocità. Usando un'espressione del filosofo tedesco Peter Sloterdijk, «esonero» (o sgravio), Rovatti sostiene che gli abitanti dei paesi occidentali si sentono esonerati, sgravati del senso e della finalità del loro agire. Forse è proprio per questo che in occidente «l'individuo è diventato un se stesso senza luogo», un nomade sedentario, condizione che rende difficile l'accettazione delle differenze e insieme angoscioso il confronto con i migranti che invece lo percorrono (parola su cui si è soffermata di recente Federica Sossi in Migrare, il Saggiatore). Da un lato, dice Wieviorka, questi individui e gruppi vogliono spostarsi, non vogliono più essere confinati nel contesto di uno Stato-nazione, dall'altro ci sono interi quartieri di Londra o Parigi, o piccole cittadine, dove vivono stranieri che non si muovono mai da lì, e che una volta all'anno prendono l'aereo per andare in Sri Lanka, ma grazie alle antenne paraboliche e internet riescono a mantenere un legame fortissimo con i paesi d'origine. Identità che s'irrigidiscono, differenze che non si accettano. Un cumulo di problemi da cui non è facile estrarre una strategia unica e convincente per uscire dall'attuale impasse in cui si trova l'Europa.
05 giugno 2008
La scuola
La forza della parola
04 giugno 2008
Legalità e diritti
03 giugno 2008
Etica politica
Eroi e antieroi
”l’Unità” 1° giugno 2008
01 giugno 2008
Diagnosi . 1961
Natalia Ginzburg, 1961
"Aprire nuovi orizzonti"
Il vero cristiano si vede con i clandestini
Non una minaccia ma un’occasione per misurare i principi etici e religiosi
“La Stampa”, 1° giugno 2008
Le preoccupazioni che anche recentemente ho avuto modo di esprimere sul clima di intolleranza nei confronti degli stranieri non fanno che crescere in queste ultime settimane. Le poche voci che si levano a chiedere maggior prudenza e discernimento nel parlare e agire in una questione così complessa e delicata finiscono con l’essere sommerse dall'onda di una emotività che, se non creata ad arte, è quantomeno alimentata per ragioni non sempre trasparenti. Parimenti sono trattati come irrilevanti, inappropriati o intempestivi gli appelli alla salvaguardia della giustizia e dei diritti umani o all'accertamento delle responsabilità individuali. Principi fondamentali del diritto nazionale, comunitario e internazionale, come la non discriminazione in base all'appartenenza etnica o religiosa, vengono declassati a secondari di fronte alla percezione di una «emergenza» che, anche se fosse tale, non dovrebbe però mai sospendere le garanzie essenziali della convivenza civile. Tutto questo, si dice, è per rispondere in modo tempestivo e credibile alla pressante richiesta di «sicurezza» che viene dalla maggioranza della popolazione. Ma essere attenti a sentimenti diffusi nella società, ascoltare le paure che emergono, cogliere i bisogni e le richieste avanzate in modi propri e impropri non significa cessare di interrogarsi su cosa e chi le genera, non comporta l'abdicare ai principi fondanti il vivere insieme, non richiede l'abdicazione della ragione e dell'umanità di fronte alla passione emotiva. È proprio di fronte alle «emergenze», vere o artefatte che siano, che vengono alla luce le radici autentiche di un tessuto sociale e la solidità di convincimenti etici e religiosi: un orientamento etico e un impianto giuridico non possono essere considerati validi solo in situazioni di ordinaria amministrazione e poi essere accantonati o stravolti all'insorgere di problematiche inedite. È proprio la capacità di elaborare risposte coerenti a una serie di convincimenti fondamentali e condivisi che conferisce identità e solidità a una comunità nazionale nel mutare degli eventi storici. Saldezza di principi e identità culturale non sono affatto realtà statiche, immutabili: sono il frutto di secoli di maturazione del pensiero e dell'azione di singoli individui e di gruppi sociali a volte anche molto distanti tra loro nell'opzione ideologica di fondo. Dialogando si può e si deve ricercare, inventare, concordare non un «minimo comune multiplo» ma un ideale abbastanza alto per stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti, offrire speranze alle generazioni future e, nel contempo, sufficientemente realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano. In questo senso la presenza di stranieri nel nostro paese e, in particolare quella di gruppi etnici o religiosi marcatamente «altri» rispetto alla maggioranza, non è tanto una minaccia alla situazione esistente quanto un'occasione preziosa per verificare cosa davvero conta per noi nelle nostre vite e quale prezzo siamo disposti a pagare per ciò in cui crediamo. Del resto ci sono nodi che è inutile fingere di ignorare, quasi che rimuovendo il problema lo si risolva: come dimenticare, per esempio, che solo qualche anno fa vi era chi auspicava di favorire l'immigrazione da paesi di tradizione cristiana piuttosto che musulmana pensando così di facilitare ipso facto l'integrazione dei nuovi arrivati? I gravissimi episodi di intolleranza e xenofobia nei confronti di zingari e romeni - in maggioranza di religione cristiana - dimostrano purtroppo la miopia di tale auspicio: i problemi erano e sono di altro tipo. Anche per quanti si richiamano al cristianesimo la situazione di queste settimane dovrebbe costituire un campanello di allarme: che cultura, che etica della vita si vuole comunicare? Che ne è dell'attenzione al povero, allo straniero, alla vedova e all'orfano - cioè alle categorie che non avevano diritti ed erano indifese alla mercé dei più forti? Che ne è dell'esempio delle prime comunità cristiane in cui si tendeva a che non ci fosse «nessun bisognoso» grazie alla condivisione, né si ammettevano discriminazioni nell'appartenenza tra giudeo o greco, uomo o donna, schiavo o libero? Che ne è delle parole di Gesù sull'amore per i nemici, sul perdono, sulla misericordia; o delle esortazioni dell'apostolo Paolo a «non rendere a nessuno male per male», a «vincere il male con il bene», a «cercare sempre il bene tra voi e con tutti»? E, per calarci direttamente nelle problematiche odierne, che ne è delle parole che Paolo VI pronunciò nel 1965 a rom e sinti: «Voi siete nel cuore della Chiesa»? A quale conversione hanno spronato le richieste di perdono fortemente volute da Giovanni Paolo II come momento penitenziale del Giubileo del 2000? Utopie irrealizzabili, verrebbe da dire di fronte alla vastità dei problemi che il fenomeno mondiale delle migrazioni pone alle nostre società occidentali più ricche, ma la differenza cristiana che queste istanze evangeliche pongono come ineludibile si misura anche e soprattutto nelle circostanze più difficili. E non può non interrogare tutti - credenti e non credenti - il malcelato scherno con cui da più parti si stronca ogni richiamo verso una maggior giustizia ed equità sociale, verso una solidarietà fattiva, additandolo come «buonismo» pericoloso, denigrando le «anime belle» che credono nella forza della persuasione, del convincimento, del dialogo, della pace. Siamo davvero convinti di difendere la nostra identità di popolo e nazione civile fomentando il ritorno alla barbarie dell'homo homini lupus? Che «sicurezza» sarebbe mai quella imposta con la violenza, il sopruso, la vendetta, la violazione dei principi costituzionali? Se quella in cui siamo scivolati è un'emergenza, essa non ha il nome di un'etnia ma quello della nostra civiltà.
