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Il titolo di questo blog è ancorato ad un editoriale di Amos Luzzatto pubblicato sulle pagine del quotidiano "La Repubblica" nel giorno di Pasqua del 2001 sotto il titolo "Il valore della Libertà il rispetto della Legge".

08 giugno 2008

Clandestini

Sei voci
Non fu il mare a raccoglierci
Noi raccogliemmo il mare a braccia aperte.
Calati da altopiani incendiati da guerre e non dal sole,
traversammo i deserti del Tropico del Cancro.
Quando fu in vista il mare da un’altura
Era linea d’arrivo, abbraccio di onde ai piedi.
Era finita l’Africa suola di formiche,
le carovane imparano da loro a calpestare.
Sotto sferza di polvere in colonna
Solo il primo ha l’obbligo di sollevare gli occhi.
Gli altri seguono il tallone che precede,
il viaggio a piedi è una pista di schiene.
Erri de Luca
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Dicono siamo sud.
No, veniamo dal parallelo grande,
dall’equatore centro della terra.
La pelle è annerita dalla più dritta luce,
ci stacchiamo dalla metà del mondo,
non dal sud.
Erri de Luca
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Per capire:
Erri De Luca, Solo andata. Righe che vanno troppo spesso a capo, Milano, Feltrinelli, 2005

07 giugno 2008

La metafora della Cattedrale di San Vito




La torre gotica della cattedrale di S. Vito, S. Venceslao e S. Adalberto è uno dei simboli di Praga. Ora è coperta da impalcature perché, per la prima volta nella sua storia, in extremis, viene restaurata. I ponteggi celano temporaneamente la sua bellezza, ma servono a preservarla per sempre. Forse possiamo trovare in questo un'analogia con i paesi post-comunisti. Se alcune delle nostre migliori caratteristiche non sono al momento chiaramente visibili è perché le nostre società sono circondate da impalcature, sono in fase di ristrutturazione, lottano di nuovo, questa volta in completa libertà, per riscoprire e ricostruire le nostre vere identità. Dovremmo forse applicare questa analogia anche in senso più esteso, nella speranza che dietro alcune delle caratteristiche negative del mondo di oggi si trovi il seme di uno sforzo teso a salvare, preservare e sviluppare creativamente i valori che la storia della natura e della razza umana ci offrono.Una caratteristica senza precedenti della nostra civiltà globale è il fondamentale ateismo, nonostante siano miliardi le persone che si dichiarano credenti, praticanti e non. In realtà i valori che sono alla base della nostra civiltà globale si riferiscono solo raramente, se mai lo fanno, all'eternità, all'infinito e assoluto. Ovunque diminuisce la preoccupazione circa ciò che verrà dopo di noi, e per l'interesse comune. L'umanità esaurisce le risorse naturali non rinnovabili e interferisce con il clima del pianeta. L'umanità si aliena da se stessa perdendo gradualmente comunanze e proporzioni umane. L'umanità tollera il culto del profitto materiale come valore assoluto cui tutto deve tendere, al cui cospetto persino la volontà democratica deve talvolta inginocchiarsi. Creare benessere non corrisponde infatti più a creare valori reali e significativi. Questo snaturare lo spirito implica che la nostra civiltà è fatta di paradossi. Da una parte è aperta a possibilità che fino a poco tempo fa erano pura fantasia, dall'altra dispone di una limitata capacità di evitare sviluppi che infondono pericolo in queste possibilità o sfociano in veri e propri abusi. La nostra civiltà, ad esempio, è spinta all'uniformità ma essere avvicinati sempre di più gli uni agli altri suscita in noi l'impulso a enfatizzare la nostra diversità, con il rischio di far crescere un crudele fanatismo etnico o religioso.Stanno emergendo nuove, sofisticate forme di attività criminale, crescono la criminalità organizzata e il terrorismo, fiorisce la corruzione. Il divario tra ricchi e poveri diventa sempre più profondo e mentre in alcune parti del mondo si muore di fame, in altre lo spreco è considerato quasi un obbligo sociale. Esistono naturalmente varie organizzazioni governative e non che tentano di trovare soluzione a questi problemi, ma temo che le misure intraprese non condurranno ad un rovesciamento della situazione a meno che non cambi qualcosa nel modo di pensare da cui nasce il comportamento umano contemporaneo. Sentiamo spesso, ad esempio, citare la necessità di ristrutturare le economie dei paesi poveri, compito cui le nazioni ricche hanno il dovere di collaborare. Ma è addirittura più importante che iniziamo a pensare ad un altro tipo di ristrutturazione, la ristrutturazione del sistema di valori che stanno alla base della civiltà di oggi. Coloro che godono di una migliore situazione materiale devono provvedervi con la massima urgenza. Il corso della civiltà globale attuale è stato determinato dalle nazioni più ricche e più avanzate, per questo motivo esse non possono esimersi dall'impegnarsi in una riflessione critica. Sappiamo che è possibile inventare strumenti ingegnosi per regolare e proteggere il clima del nostro pianeta, le risorse non rinnovabili e la diversità biologica. Possiamo trovare il modo di assicurare un uso responsabile delle risorse nei luoghi d'origine e il mantenimento delle identità culturali e di una dimensione umana dello sviluppo. Sono molte le persone e le istituzioni impegnate attivamente per questo obiettivo.Ma il compito decisivo, oggi trascurato, implica il rafforzamento di un sistema di standard morali universalmente condivisi che renderà impossibile, ad un livello davvero globale, che le regole continuino ad essere eluse. Solo degli standard morali universali possono ingenerare il rispetto naturale delle regole che creiamo. Gli atti che mettono in pericolo il futuro dell'umanità non dovrebbero essere passibili di punizione, ma considerati disonorevoli. Ciò accadrà solo nel momento in cui tutti troveremo, in noi stessi, il coraggio di costituire un sistema di valori che possa essere comunemente condiviso e comunemente rispettato. Accadrà solo se collegheremo questi valori a qualcosa che si pone oltre l'orizzonte dei nostri immediati interessi, personali o di gruppo. Come è possibile riuscirci senza un nuovo, potente progresso spirituale? Che cosa fare per incoraggiare questo progresso? Qualunque siano le nostre convinzioni, siamo tutti soggetti alla minaccia della nostra miopia. Nessuno di noi può sfuggire al destino che ci accomuna. Ci resta quindi solo una possibilità: cercare al nostro interno, come intorno a noi, un senso di responsabilità nei confronti del mondo, comprensione reciproca e solidarietà, umiltà di fronte al miracolo dell' Esistenza, capacità di porci dei limiti nell'interesse generale e di fare buone azioni, non importa se visibili e riconoscibili. Permettetemi di tornare alla Cattedrale di San Vito, S. Venceslao e S. Adalberto. Perché mai nei tempi passati si costruivano edifici così sontuosi, di scarsa utilità secondo gli standard attuali? Una possibile spiegazione è che ci sono stati periodi storici in cui il profitto materiale non rappresentava il valore assoluto, in cui gli uomini erano consapevoli dell'esistenza di misteri inspiegabili ai quali si poteva solo guardare con umile meraviglia per poi forse proiettare questa meraviglia in strutture dalle guglie svettanti in alto. In alto, perché si vedessero da lontano indicando a ciascuno ciò che vale la pena di guardare. In alto, oltre i confini dei secoli, in alto, verso ciò che non riusciamo a vedere, la cui silenziosa esistenza preclude, a noi tutti, qualunque diritto di considerare il mondo una fonte infinita di profitti a breve termine e richiede la solidarietà di tutti coloro che dimorano sotto la sua volta misteriosa. Per iniziare ad affrontare alcuni dei più profondi problemi del mondo dobbiamo anche noi volgere gli occhi in alto, chinando il capo con umiltà.
Vaclav Havel





*V. Havel, Investire nei valori umani per riscattare i paesi poveri , "La Repubblica", 28 dicembre 2000
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Parole chiare

«Grande è la vanità nella Chiesa. Continuamente si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio»
Cardinal Carlo Maria Martini, "La Repubblica", 5 giugno 2008

06 giugno 2008

Clandestini

Marco Belpoliti
Come ti addomestico il clandestino. Un fenomeno globale dalle radici antiche
“La Stampa”, 6 giugno 2008.

Noi siamo gli stranieri, i clandestini, noi uomini e donne soltanto vivi e noi ti chiediamo asilo asilo», così cantano i Clopin, gli zoppicanti, entrando in scena in Notre Dame de Paris, il musical di Riccardo Cocciante, traducendo con la parola «clandestino» il termine francese Sans papier. Nella lingua italiana clandestino è «colui che viaggia di nascosto», ma anche «chi agisce in segreto contro precisi decreti», dal francese clandestin, termine diffuso nel XIV secolo. In un altro significato, la clandestinità è poi legata all'azione politica: le società segrete dei «carbonari» nel Risorgimento, i partigiani nella Resistenza. E persino i clandestini della lotta armata negli anni Settanta del XX secolo a cui Antonio Moresco ha dedicato in Clandestinità (Bollati Boringhieri) una vera e propria fenomenologia del vivere nascosti (clam, dal latino: «di nascosto»). Oggi i clandestini sono coloro che sono entrati di nascosto in Italia, che vivono privi di documenti o di permesso di soggiorno (i francesi Sans papier), occultati, eppure ben presenti in mezzo a noi. La parola clandestino si è sostituita a un'altra che sino a qualche tempo fa indicava la presenza di persone «diverse»: straniero. In un capitolo della sua Sociologia, pubblicata nel 1908, Georg Simmel il maggior sociologo del XX secolo, spiega chi sia lo straniero. Per lui l'elemento spaziale è essenziale. Vicinanza e distanza sono i due parametri decisivi. Se la distanza nel rapporto, scrive Simmel, significa che «il soggetto vicino è lontano», lo straniero, il cui etimo rimanda a «estraneo», è propriamente «il lontano che è vicino». Lo straniero è tale solo se si trova in mezzo a noi. Simmel pensava agli Ebrei che vivevano nella società tedesca dell'Ottocento. Attualmente al vocabolario delle vicinanze e delle lontananze si aggiunta una parola, differenza, declinata di solito al plurale, che tende a definire in termini culturali la figura dello straniero. Michel Wieviorka, sociologo francese, in L'inquietudine delle differenze (Bruno Mondadori) racconta la storia di un gruppo di giapponesi, i nikkeijin. Si tratta di giapponesi emigrati negli anni Venti del XX secolo in Brasile. Istruiti e colti, dotati di laurea, essi s'impiegano come professionisti e ingegneri, ma negli anni Settanta e Ottanta, a seguito di una crisi economica, decidono di fare ritorno in patria. Del tutto simili fisicamente ai compatrioti, divengono immediatamente oggetto di discriminazione, forma atipica di razzismo. I nikkeijin si sentivano mentalmente diversi dai loro compatrioti: avevano nostalgia per il Brasile, guardavano la televisione brasiliana, leggevano i giornali brasiliani, tuttavia non avevano assolutamente voglia di fare ritorno là. Estranei sia in Giappone sia in Brasile. Chi sono i nikkeijin, stranieri o differenti? Wieviorka ci ricorda che l'identità degli stranieri presenti in Francia, come in Italia, si costruisce con modalità diverse dal passato. Alla memoria della propria origine, del paese da cui provengono, si affianca l'identità alimentata da simboli, immagini, suoni, parole che circolano attraverso internet, telefono e cinema, ovvero i mezzi di comunicazione di massa su cui l'antropologo Arjun Appadurai ha attirato la nostra attenzione. Wieviorka aggiunge un ulteriore elemento su cui riflettere: quando chiediamo, scrive, in una ricerca ai giovani musulmani delle periferie francesi qualcosa circa la loro religione, questi rispondono che non sono musulmani per via della loro famiglia o dell'educazione, bensì «per scelta personale». La decisione è il frutto della loro soggettività. Accanto al crescente peso delle reti - umane, culturali, politiche, religiose, economiche - nella globalizzazione s'afferma il valore del soggetto, una forma di individualismo che pare sfuggire alla logica dei vecchi sistemi, o che resiste tenacemente ad essi. Il soggetto non è l'attore, precisa il sociologo francese, ma «il carattere creatore dell'agire umano». Nei ragazzi delle banlieue, il soggetto autoafferma se stesso, il proprio corpo, la propria capacità creativa, ma anche distruttiva, cosa che accade anche in altri contesti e gruppi come le bande giovanili e gli ultras, o altre tribù metropolitane descritte da elementi sempre più ibridi e indefinibili, al di là delle vecchie ideologie identitarie dell'occidente come si è visto di recente. Il filosofo Pier Aldo Rovatti in un piccolo libro, Possiamo addomesticare l'altro? La condizione globale (Forum), cerca di mettere a fuoco ulteriormente il problema; vi sostiene che noi viviamo sempre più in comunità autocoercitive, in cui i luoghi si stringono e riducono in modo vertiginoso, mentre al tempo stesso lo spazio sembra dilatarsi in «un continuum senza intervalli né pieghe, sconfinato, ma in effetti assai ristretto», che paradossalmente percorriamo con facilità e a grande velocità. Usando un'espressione del filosofo tedesco Peter Sloterdijk, «esonero» (o sgravio), Rovatti sostiene che gli abitanti dei paesi occidentali si sentono esonerati, sgravati del senso e della finalità del loro agire. Forse è proprio per questo che in occidente «l'individuo è diventato un se stesso senza luogo», un nomade sedentario, condizione che rende difficile l'accettazione delle differenze e insieme angoscioso il confronto con i migranti che invece lo percorrono (parola su cui si è soffermata di recente Federica Sossi in Migrare, il Saggiatore). Da un lato, dice Wieviorka, questi individui e gruppi vogliono spostarsi, non vogliono più essere confinati nel contesto di uno Stato-nazione, dall'altro ci sono interi quartieri di Londra o Parigi, o piccole cittadine, dove vivono stranieri che non si muovono mai da lì, e che una volta all'anno prendono l'aereo per andare in Sri Lanka, ma grazie alle antenne paraboliche e internet riescono a mantenere un legame fortissimo con i paesi d'origine. Identità che s'irrigidiscono, differenze che non si accettano. Un cumulo di problemi da cui non è facile estrarre una strategia unica e convincente per uscire dall'attuale impasse in cui si trova l'Europa.

05 giugno 2008

La scuola

“ Come voi sapete nella seconda parte della Costituzione, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, il Presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo”
Piero Calamandrei

La forza della parola

“Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore… Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari. Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano, dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia… Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio…”
Gianni Rodari, Grammatica della Fantasia, E/L, ed. I 2003

04 giugno 2008

Legalità e diritti

«Il nostro futuro è una società sempre più pluralista perché gli immigrati sono tra noi e la strada dell’integrazione è faticosa ma è l’unica pienamente umana. La legalità è sacrosanta ma i diritti vanno rispettati: dobbiamo avere la capacità di vedere negli altri non degli avversari ma delle persone uguali a noi, con gli stessi diritti»
Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano «La Stampa» 3 giugno 2008

03 giugno 2008

Etica politica

Maria Novella Oppo
Eroi e antieroi

”l’Unità” 1° giugno 2008

"Qualunque cosa pensiamo di Giulio Andreotti e dei misteri cui è intrecciata la sua lunghissima vita politica, non si può negare che siano troppi e inquietanti i legami con gli scandali italiani, a cominciare dai più sanguinosi. Ma almeno un momento di chiarezza c’è stato nella complessa puntata di AnnoZero dedicata al film «Il divo», di Paolo Sorrentino. Il momento della verità è stato quando ha preso la parola il figlio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, «eroe borghese», che fu lasciato solo dallo Stato davanti al suo assassino. Come noto, il senatore Andreotti, alla fine di un lungo processo, non è stato riconosciuto innocente ma colpevole di rapporti con la mafia fino al 1980 e quindi prescritto. Il figlio dell’avvocato Ambrosoli ha spiegato che la prescrizione si può rifiutare e un presidente del Consiglio dovrebbe sentire l’esigenza morale e politica di una totale chiarezza sul suo operato. Esigenza che dovrebbe valere anche per un altro presidente del Consiglio: quello attualmente in carica."
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Percorsi di lettura:
Corrado Stajano, Un eroe borghese. Il caso dell'avvocato Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, Torino, Einaudi, 1995, 2005.

01 giugno 2008

Diagnosi . 1961

“L'Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l'incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l'intelligenza, come un vivido sangue. È un'intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d'un ingannevole, e forse insensato, conforto”.

Natalia Ginzburg, 1961

"Aprire nuovi orizzonti"

Enzo Bianchi
Il vero cristiano si vede con i clandestini

Non una minaccia ma un’occasione per misurare i principi etici e religiosi
“La Stampa”, 1° giugno 2008


Le preoccupazioni che anche recentemente ho avuto modo di esprimere sul clima di intolleranza nei confronti degli stranieri non fanno che crescere in queste ultime settimane. Le poche voci che si levano a chiedere maggior prudenza e discernimento nel parlare e agire in una questione così complessa e delicata finiscono con l’essere sommerse dall'onda di una emotività che, se non creata ad arte, è quantomeno alimentata per ragioni non sempre trasparenti. Parimenti sono trattati come irrilevanti, inappropriati o intempestivi gli appelli alla salvaguardia della giustizia e dei diritti umani o all'accertamento delle responsabilità individuali. Principi fondamentali del diritto nazionale, comunitario e internazionale, come la non discriminazione in base all'appartenenza etnica o religiosa, vengono declassati a secondari di fronte alla percezione di una «emergenza» che, anche se fosse tale, non dovrebbe però mai sospendere le garanzie essenziali della convivenza civile. Tutto questo, si dice, è per rispondere in modo tempestivo e credibile alla pressante richiesta di «sicurezza» che viene dalla maggioranza della popolazione. Ma essere attenti a sentimenti diffusi nella società, ascoltare le paure che emergono, cogliere i bisogni e le richieste avanzate in modi propri e impropri non significa cessare di interrogarsi su cosa e chi le genera, non comporta l'abdicare ai principi fondanti il vivere insieme, non richiede l'abdicazione della ragione e dell'umanità di fronte alla passione emotiva. È proprio di fronte alle «emergenze», vere o artefatte che siano, che vengono alla luce le radici autentiche di un tessuto sociale e la solidità di convincimenti etici e religiosi: un orientamento etico e un impianto giuridico non possono essere considerati validi solo in situazioni di ordinaria amministrazione e poi essere accantonati o stravolti all'insorgere di problematiche inedite. È proprio la capacità di elaborare risposte coerenti a una serie di convincimenti fondamentali e condivisi che conferisce identità e solidità a una comunità nazionale nel mutare degli eventi storici. Saldezza di principi e identità culturale non sono affatto realtà statiche, immutabili: sono il frutto di secoli di maturazione del pensiero e dell'azione di singoli individui e di gruppi sociali a volte anche molto distanti tra loro nell'opzione ideologica di fondo. Dialogando si può e si deve ricercare, inventare, concordare non un «minimo comune multiplo» ma un ideale abbastanza alto per stimolare la dinamica della vita sociale, aprire nuovi orizzonti, offrire speranze alle generazioni future e, nel contempo, sufficientemente realista da poter essere calato con efficacia nel vissuto quotidiano. In questo senso la presenza di stranieri nel nostro paese e, in particolare quella di gruppi etnici o religiosi marcatamente «altri» rispetto alla maggioranza, non è tanto una minaccia alla situazione esistente quanto un'occasione preziosa per verificare cosa davvero conta per noi nelle nostre vite e quale prezzo siamo disposti a pagare per ciò in cui crediamo. Del resto ci sono nodi che è inutile fingere di ignorare, quasi che rimuovendo il problema lo si risolva: come dimenticare, per esempio, che solo qualche anno fa vi era chi auspicava di favorire l'immigrazione da paesi di tradizione cristiana piuttosto che musulmana pensando così di facilitare ipso facto l'integrazione dei nuovi arrivati? I gravissimi episodi di intolleranza e xenofobia nei confronti di zingari e romeni - in maggioranza di religione cristiana - dimostrano purtroppo la miopia di tale auspicio: i problemi erano e sono di altro tipo. Anche per quanti si richiamano al cristianesimo la situazione di queste settimane dovrebbe costituire un campanello di allarme: che cultura, che etica della vita si vuole comunicare? Che ne è dell'attenzione al povero, allo straniero, alla vedova e all'orfano - cioè alle categorie che non avevano diritti ed erano indifese alla mercé dei più forti? Che ne è dell'esempio delle prime comunità cristiane in cui si tendeva a che non ci fosse «nessun bisognoso» grazie alla condivisione, né si ammettevano discriminazioni nell'appartenenza tra giudeo o greco, uomo o donna, schiavo o libero? Che ne è delle parole di Gesù sull'amore per i nemici, sul perdono, sulla misericordia; o delle esortazioni dell'apostolo Paolo a «non rendere a nessuno male per male», a «vincere il male con il bene», a «cercare sempre il bene tra voi e con tutti»? E, per calarci direttamente nelle problematiche odierne, che ne è delle parole che Paolo VI pronunciò nel 1965 a rom e sinti: «Voi siete nel cuore della Chiesa»? A quale conversione hanno spronato le richieste di perdono fortemente volute da Giovanni Paolo II come momento penitenziale del Giubileo del 2000? Utopie irrealizzabili, verrebbe da dire di fronte alla vastità dei problemi che il fenomeno mondiale delle migrazioni pone alle nostre società occidentali più ricche, ma la differenza cristiana che queste istanze evangeliche pongono come ineludibile si misura anche e soprattutto nelle circostanze più difficili. E non può non interrogare tutti - credenti e non credenti - il malcelato scherno con cui da più parti si stronca ogni richiamo verso una maggior giustizia ed equità sociale, verso una solidarietà fattiva, additandolo come «buonismo» pericoloso, denigrando le «anime belle» che credono nella forza della persuasione, del convincimento, del dialogo, della pace. Siamo davvero convinti di difendere la nostra identità di popolo e nazione civile fomentando il ritorno alla barbarie dell'homo homini lupus? Che «sicurezza» sarebbe mai quella imposta con la violenza, il sopruso, la vendetta, la violazione dei principi costituzionali? Se quella in cui siamo scivolati è un'emergenza, essa non ha il nome di un'etnia ma quello della nostra civiltà.

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