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Il titolo di questo blog è ancorato ad un editoriale di Amos Luzzatto pubblicato sulle pagine del quotidiano "La Repubblica" nel giorno di Pasqua del 2001 sotto il titolo "Il valore della Libertà il rispetto della Legge".

29 novembre 2011

Una nuova scuola

"[....] Da detentori di un corpus di nozioni stabilite e rigidamente divise in discipline stiamo trasformandoci in esploratori e co-produttori di ricerca, sorveglianti di procedure, esperti dei rapporti mutanti tra forme e contenuti, tra acquisizioni e comunicazioni, tra aree diverse di sapere che hanno rimandi e campi comuni. Per farlo scopriamo che stiamo agendo in almeno tre direzioni tra loro complementari. Prima: ricostruire in altro modo i riferimenti fondativi delle discipline e far riscoprire i “classici” in ogni area di conoscenza. E anche i mezzi classici: il buon libro, il vocabolario, gli appunti, l’atlante, il calibro, la china, l’acquarello. Seconda: condividere una navigazione curiosa attraverso le scritture on line, i giochi di ruolo, i programmi di simulazione, scovando il sapere economico, geografico, storico, giuridico, scientifico e i passaggi logici che contengono o esplorare insieme gli immensi giacimenti informatici di letteratura mondiale o matematica, scienze, arte, musica. Terza: produrre opere in ogni campo, promuovere prove d’opera, creare produzioni e scambi globali.
E’ tutto questo che sta accadendo. Ed è così che siamo costretti ad imparare a spezzare il nesso rigido e il controllo deterministico tra l’informazione erogata (il testo, la lezione) e l’informazione richiesta (il test, l’interrogazione) e a fare ingresso nei campi proficui delle procedure di ricerca: l’elaborazione di progetti e produzioni, la decodificazione e l’interpretazione, l’analisi e l’attribuzione di significati, l’espressione di giudizi personali entro procedure sorvegliate e legittime, la validazione di ipotesi e percorsi. E’ un universo. Che ha bisogno urgente di una nuova scuola.
Marco Rossi-Doria
15 novembre 2011

*Oggi Marco Rossi-Doria, maestro di strada, è stato nominato sottosegretario al ministero dell'istruzione, un "costruttore di idee", capace di dare concretezza all'utopia.
*link al blog di Marco Rossi-Doria.

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13 novembre 2011

Governare con decoro e sobrietà

"[...] Nel 1945, al ritorno dall'esilio svizzero per assumere la carica di governatore della Banca d'Italia Luigi Einaudi aveva 71 anni. Mio padre diceva che il nonno «era affamato» di rimettersi al lavoro. A quante persone è dato avere l'opportunità di mettere in pratica le conoscenze e le teorie di tutta una vita? Ma la situazione era tutt'altro che facile. La guerra aveva peggiorato le condizioni economiche, e creato un vuoto istituzionale. E nel 1948 ricevette il massimo incarico dello Stato, il primo a essere scelto dalle Camere come Presidente della nuova Repubblica italiana. Non era una carica che aveva cercato. Anzi, avendo votato per la monarchia nel referendum del 1946, si potrebbe dire che era una carica contro la quale aveva votato. E adesso era lui a rimpiazzare il Re. Il protocollo repubblicano era tutto da inventare. Non c'erano precedenti. Il personale del Quirinale era composto in molti casi da chi aveva servito il Re. Ricordo persino un autista che aveva fatto l'autista per Mussolini. E poi l'Italia era divisa. La retorica si riferiva alle bellezze del trionfo della democrazia e della Repubblica. Ma la realtà era che c'erano vincitori e vinti. E, come al solito in Italia, molte correnti. In Inghilterra la monarchia dava un senso di unità nazionale al di sopra delle liti politiche. In Italia la monarchia era stata bocciata, ma la Repubblica era da costruire. Il nonno temeva che sarebbero sorti momenti di crisi che avrebbero potuto precipitare senza una figura di riferimento nazionale al di sopra delle parti.
La prima e forse la più importante lezione imparata in questo ambiente era che «bisogna dare il buon esempio» . Sottolineo il buon esempio, perché chi occupa la massima carica dello Stato non può soltanto dare un buon esempio. Anzi, ha la responsabilità di individuare le prassi migliori da trasmettere ai concittadini e ai propri successori. Dunque deve sempre dare il buon esempio. E darlo in tutto, anche nei dettagli meno importanti. Questo abito mentale diventò una parte essenziale della nostra vita quotidiana. Non presumere mai.
La seconda lezione, «fare le cose bene anche se non sarai ringraziato» , era sempre stata una delle sue regole. Il primo sistema italiano di previdenza sociale, la Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai (Cnas), era un'assicurazione volontaria. Ben prima della guerra del 1914, il nonno pagò il suo contributo come datore di lavoro, aggiungendo anche il contributo che spettava alla donna di casa, Maria Granda. Non fu mai ringraziato; il commento lapidario della domestica riferitomi anni dopo fu infatti: «Se lo fa il professore, vuol dire che qualcosa ci guadagna».
La terza lezione è stata capire che «per trovare una soluzione bisogna accettare che la politica può talvolta interferire con una logica tecnica - e viceversa» . Una lezione maturata nelle discussioni di Trieste e delle frontiere dell'Italia con la Francia. I conflitti di territorio non si possono risolvere come fecero le potenze coloniali in Africa, tracciando linee geometriche senza riguardo per gli abitanti e le culture o persino la geografia. I maggiori esiti della mia vita diplomatica sono tutti dovuti a questa lezione.
Una quarta lezione è stata: «Presta attenzione alla tua base» . In sette anni come Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi non ha mai lasciato l'Italia, nemmeno per andare in un vicino paese europeo. Aveva viaggiato molto prima di assumere la Presidenza della Repubblica e fatto quasi due anni di esilio in Svizzera. Quando gli chiesi perché non viaggiò mai all'estero da Presidente, mi disse semplicemente che il suo dovere era di essere in Italia.
Una quinta ed essenziale lezione era «non scordare mai l'uomo comune» . L'intellettuale e l'uomo politico non hanno diritto di decidere cosa va bene per il contadino o l'operaio. «L'unica persona che sa se le scarpe gli vanno è chi le porta». Questa frase tagliente fece parte di molte nostre discussioni. Riflette una profondissima convinzione del valore individuale della persona e il rispetto che gli è dovuto al di là della condizione sociale, e senza settarismi politici. Per Luigi Einaudi l'Italia non poteva essere concepita solo in base a classi sociali, etichette politiche o titoli formali.
La lezione numero sei: «Anche noi sappiamo contare» . Un giorno a cena in famiglia al Quirinale Luigi Einaudi era soddisfattissimo. Quel giorno aveva visto Barbara Ward, scrittrice ed economista inglese diventata più tardi Lady Jackson. La Ward da poco aveva scritto un articolo che conteneva qualche calcolo sbagliato. Einaudi le aveva spiegato l'errore, la Ward lo aveva accettato. Dopo averci raccontato lo scambio disse, sereno, «anche noi sappiamo contare».
La lezione numero sette: «Le cose non sono sempre come appaiono» . Era comune durante gli anni del fascismo vedere un ritratto di Mussolini in case di contadini. Molte volte era appeso vicino alla porta di casa. Quando passavano le autorità fasciste tutto sembrava in ordine. Ma il contadino aveva messo il ritratto vicino alla porta così che, vedendolo mentre stava varcando la soglia di casa, poteva sputargli contro senza che lo sputo finisse in casa. Fra le note per il testamento, riferendosi all'azienda agricola: «Se c'è un reddito un anno, non credere che si ripeterà l'anno venturo».
Una simile ma ottava lezione sarebbe: «Evita le prime impressioni» . Un giorno gli ho portato un libro appena pubblicato che avevo letto nel corso dei miei studi a Harvard ma che lui non aveva. Non mi ricordo se glielo avevo offerto come regalo o come prova di un argomento. Credevo di avere capito che per lui i libri fossero la massima espressione della civiltà e che, circondato dai libri come era, lo avrebbe apprezzato. Lo rifiutò. Come mai? chiesi sconcertato. «Prima di comperare un libro bisogna sapere se vale o no. Io, se posso, non compro mai un libro se non 40 anni dopo la sua pubblicazione. Solo allora si saprà se vale qualcosa o no». Immaginate la mia reazione. Non avevo ancora 20 anni!
Molto difficile da mettere in pratica la nona lezione: «Non dire mai oggi qualcosa della quale ti vergognerai domani o fra dieci anni o anche vent'anni dopo d'averlo detto» . Non so come o dove avesse imparato questa lezione. Forse da giornalista. Nel 1960 mi scrisse una massima un po' diversa: «Se si scrive qualcosa, lasciarlo stare a riposo per 15 giorni o un mese, e poi rileggerlo». In ogni modo cercare di parlare e scrivere sempre sub specie aeternitatis è molto difficile. Se nella mia vita diplomatica mi sono ostinato nel cercare di seguire questa regola essenziale, lo devo al nonno.
La decima lezione è una lezione di limiti . Da Caprarola, il 23 agosto 1953, il nonno rispose così a una serie di esiti miei dei quali mi ero molto vantato con lui: «Il desiderare sempre il meglio è una delle ragioni di vivere. [...] Ed adesso ti dico di una mia fissazione. La gioia per i risultati ottenuti deve essere sempre accompagnata da una tacita riserva mentale. Quel che so, che ho imparato, è niente in confronto a quel che non so. [...]. Quel che occorre è imparare il metodo di distinguere il vero dal meno vero; il metodo di ragionare. Ed a questo fine servono in primissimo luogo la matematica, per porre bene i problemi, ed il latino per esprimersi bene. Con il quale latino - for ever - ti bacia ed abbraccia il tuo nonno».
Luigi Roberto Einaudi

*Luigi Roberto Einaudi, Dieci cose che mi ha insegnato mio nonno Luigi Einaudi, "La Stampa", 30 ott. 2011

 Oggi  a Palazzo Chigi sale una personalità che si muove con decoro e sobrietà, quasi a siglare, anche nei tratti fisici e nei modi, la volontà di smarcare noi tutti dall'indecenza del gran circo che era stato allestito in Italia. Questo bellissimo decalogo di Luigi Einandi, é davvero il più pertinente per l'avvio del governo Monti e per la svolta che deve riguardare tutti noi. Come magnificamente ha detto Roberto Benigni al Parlamento europeo per gli italiani dovrà essere un percorso di "resurrezione".
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09 novembre 2011

La città disciplinata


 
 "[...] La città reale moderna esige non solo la manutenzione dei letti dei fiumi, sacrosanta, ma anche la manutenzione di una sana democrazia. Che non può non essere che una democrazia responsabile, ossia - per dirlo chiaro - disciplinata. Dove la disciplina discende da un rapporto leale tra i cittadini e i loro delegati. Invece un formidabile patto sottinteso tra governanti e governati in Italia fa si che si crei una sorta di città virtuale dove si finge che ci sia una situazione sotto controllo, legale o al massimo invia di legalizzazione. Addirittura per eclissare la realtà dei fatti si sogna una city ideale, magari tutta digitalizzata e ipermonitorata, dove il rapporto tra gli uomini e trai singoli e i governanti sia reso per magia perfetto dal solo ricorso alla tecnologia più avanzata, alla progettistica futuribile. Si dimentica così che la prima "sostenibilità" concreta, materiale della città, risiede nella sostenibilità dei suoi muri, pareti, argini, edifici, scarichi idraulici. E nella concorrenza di tutti a questo fine. Insomma, nella sopravvivenza dei corpi e della anime, raggiunta attraverso l'alleanza consapevole di tutti in ogni gesto quotidiano. Se no finisce che la città reale si vendica della città virtuale." Giorgio Bertone
*G. Bertone, La città reale e quella virtuale, "Il Secolo XIX", 9 novembre 2011.
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08 novembre 2011

Genova Alluvione 1970- 2011

I ragazzi di Genova
Nei giorni dell'alluvione Genova ha scoperto il popolo dei giovani: all'improvviso migliaia di ragazzi e di ragazze sono sbucati da ogni angolo per spalare fango, come nel 1970, con occhi che ridono e sguardi di futuro per questa città.
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04 novembre 2011

Genova alluvionata

Genova, 4 novembre 2011


21 ottobre 2011

Crepe


La verità
è che le crepe
non mancano
così passando
ricordo quelle che
separano i mancini e i destrorsi
i pechinesi e i moscoviti
i presbiti e i miopi
i gendarmi e le prostitute
gli ottimisti e gli astemi
i sacerdoti e i doganieri
gli esorcisti e le checche
i facili e gli incorruttibili
i figliol prodighi e gli investigatori
Borges e Sabato
le maiuscole e le minuscole
gli artificieri e i pompieri
le donne e le femministe
gli acquariani e i taurini
i profilattici e i rivoluzionari
le vergini e gli impotenti
gli agnostici e i chierichetti
gli immortali e i suicidi
i francesi e i non-francesi
il breve o il lunghissimo periodo
tutte però sono sanabili
c’è una sola crepa decisamente profonda
ed è quella che sta a metà tra
la meraviglia dell’uomo
e i disillusionatori
è ancora possibile saltare
da un bordo all’altro
ma attenzione qui ci siamo tutti
voi e noi
per affondarla
signore e signori
a scegliere a scegliere
da che parte poggiate il piede.
Mario Benedetti






19 ottobre 2011

Lingua italiana

"[...] Come ci ricorda Gian Luigi Beccaria nel suo splendido libretto Mia lingua italiana, per prima è venuta la lingua. Non è stata una nazione a produrre una letteratura, ma una letteratura a prefigurare il desiderio e il progetto di una nazione italiana. A partire da Dante, Petrarca e Boccaccio. Naturalmente ci sono mancanze e ritardi in un processo forse non del tutto riuscito che ha portato all’Italia unita. Storicamente le lingue erano frazionate, c’era una radicalità di dialetti, questo è vero. I mille sbarcati in Sicilia non si capivano, Cavour e la classe colta piemontese parlavano francese. Pittoreschi contrasti che però convergevano verso l’unità del paese, perché la lingua e la nostra tradizione letteraria ci hanno insegnato cosa significasse essere italiani e non soltanto fiorentini, lombardi, veneti, piemontesi o siciliani.[...]"
Andrea Zanzotto
1921-2011
 
*Marco Alfieri,  Intervista ad Andrea Zanzotto, "La Stampa", 10 ott. 2011.
 
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07 ottobre 2011

Steve Jobs

[... ] Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la migliore formazione del Paese in calligrafia. In tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con grafie bellissime. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito il corso di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai i caratteri serif e sans serif, la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, quello che rende eccezionale un’eccezionale stampa tipografica. Era bello, storico, artistico e raffinato in un modo che la scienza non è in grado di offrire e io ne ero completamente affascinato.[...] (Steve Jobs, 2005)

Colpisce davvero che la geniale avventura umana di Steve Jobs sia partita da un corso di calligrafia, quando questa disciplina era già fuori moda. Che cosa c'è di più "formale" della calligrafia, che cosa ci può essere di più sostanziale nella calligrafia? La calligrafia è l'arte di saper fare bene, con precisione ogni tratto di penna, senza errori, senza sbavature con l'eleganza della leggerezza. Steve Jobs partendo dalla calligrafia scoprì Leon Battista Alberti e il Rinascimento italiano e da allora cercò e praticò la bellezza della perfezione, l'eccellenza in ogni cosa che si fa. Che lezione per noi che neppure sappiamo chi fosse Leon Battista Alberti ed aboliamo la storia dell'arte dal programmi del liceo. Che lezione per la nostra contemporaneità, sempre impegnata a correre verso la mediocrità, a sottrarre bellezza la dove c'é. Il discorso di Jobs del 2005 agli studenti dell'Università di Stanford (che nella prospettiva  ricorda la metafora della cattedrale di S. Vito Praga di Vaclav Havel) è uno straordinario progetto di futuro, innestato sul cammino lungo della storia perché nella bella calligrafia "...non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi indietro. Dovete aver fiducia che, in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire".
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03 ottobre 2011

Prove di censura 2011

"Impunità e remissione sono, sicuramente, la rovina d’una nazione; ma appunto in questo consiste la grande arte del Governo: nel saper discernere cioè quali son le cose che la legge deve frenare e punire, quali quelle che son da affidare alla sola persuasione. Se tutte le azioni d’un uomo maturo, tanto le buone che le cattive, dovessero essere sottoposte a restrizioni, e norme, e coercizioni, che cosa mai sarebbe la virtù se non un nome, e che merito, di grazia, ci sarebbe più nell’agire onestamente e nell’essere sobri, giusti, o continenti? Molti son quelli che biasimano la Provvidenza per aver permesso ad Adamo di peccare. Oh lingue stolte! Quando Dio lo fornì di ragione, Egli lo fece libero di scegliere: altrimenti Adamo sarebbe stato un mero automa, uno di quegli Adami che vediamo nelle rappresentazioni dei burattini. Noi stessi non facciamo alcuna stima di quella obbedienza o di quel dono che sono stati ottenuti per forza. Iddio dunque lo lasciò libero, ponendogli dinanzi agli occhi un semprevivo oggetto di seduzione; ed in tale libertà consisteva il suo merito, e il suo diritto alla ricompensa e alla lode per la sua astinenza. Per quale ragione volle Egli creare le passioni dentro di noi e i piaceri intorno a noi, se non perché son questi gl’ingredienti che, uniti nelle giuste proporzioni, costituiscono poi la virtù? Son poveri conoscitori della natura umana quelli che si credono di potere scacciare il peccato scacciando la materia del peccato. Perché, non solo quest’ultima è come una gran mole che aumenta nel momento stesso che cerchiamo di diminuirla, ma, nel caso dei libri, che sono di uso tanto universale, se pure per un po’ riusciremo a sottrarre ad alcuni delle occasioni di peccato, non per questo potremo sottrarle a tutti gli uomini. E ammesso pure che questa materia del peccato possa essere eliminata, il peccato stesso rimarrà intero. Togliete ad un avaro tutto il suo tesoro, - un gioiello purtuttavia gli rimarrà: la sua avarizia, di cui non potete privarlo".
John Milton Aeropagitica, 1644



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26 settembre 2011

Etica pubblica

"[...] Tornando allo scenario generale, è l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva. È nota la difficoltà a innescare la marcia di uno sviluppo che riduca la mancanza di lavoro, ed è noto il peso che i provvedimenti economici hanno caricato sulle famiglie; non si può, rispetto a queste dinamiche, assecondare scelte dissipatorie e banalizzanti. La collettività guarda con sgomento gli attori della scena pubblica e l’immagine del Paese all’esterno ne viene pericolosamente fiaccata. Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto.. [...]."

Card. Angelo Bagnasco
Presidente CEI, 26 sett. 2011





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