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Il titolo di questo blog è ancorato ad un editoriale di Amos Luzzatto pubblicato sulle pagine del quotidiano "La Repubblica" nel giorno di Pasqua del 2001 sotto il titolo "Il valore della Libertà il rispetto della Legge".

11 novembre 2012

La libertà tra doveri e diritti

"La libertà senza limiti è il contrario della libertà. Solo i tiranni possono esercitare la libertà senza limiti; e, per esempio, Hitler era relativamente un uomo libero, l’unico d’altronde di tutto il suo impero. Ma se si vuole esercitare una vera libertà, non può essere esercitata unicamente nell’interesse dell’individuo che la esercita. La libertà ha sempre avuto come limite, è una vecchia storia, la libertà degli altri. Aggiungerò a questo luogo comune che essa esiste e ha un senso e un contenuto solo nella misura in cui viene limitata dalla libertà degli altri. Una libertà che comportasse solo dei diritti non sarebbe una libertà, ma una tirannia. Se invece comporta dei diritti e dei doveri, è una libertà che ha un contenuto e che può essere vissuta. Il resto, la libertà senza limiti, non viene vissuta e ha come prezzo la morte degli altri. La libertà con dei limiti è l’unica cosa che faccia vivere allo stesso tempo colui che la esercita e coloro a favore dei quali viene esercitata".
Albert Camus - 1955
 
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31 ottobre 2012

Poesia





Folon


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Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Sandro Penna

29 ottobre 2012

L'arte di trovare la parola giusta

[...] Ecco cosa mi ha dato la scrittura: la sensazione di non essere una vittima passiva e impotente di ciò che è accaduto. Ovviamente non potrò cancellare il passato e non potrò riportare in vita il mio caro e neppure far muovere nulla in lui. Ma non sarò paralizzato e immobile contro l’arbitrio che mi ha colpito. E un’altra cosa ho imparato in questi anni: in certe situazioni l’unica libertà che ha un uomo è quella di formulare la propria storia con le proprie parole, non con quelle dettate da altri. So quanto sia piccolo l’atto creativo dinanzi alla morte. Quanto l’impulso di creare, inventare, immaginare, insistere a cercare la parola giusta, l’unica, sia senza speranza. E, in generale, so quanto sia fragile l’illusione umana che questo sforzo di precisione abbia un qualche significato “obiettivo” in un mondo indifferente, arbitrario e inspiegabile. Eppure, mentre scrivevo, avevo spesso la sensazione che se avessi trovato la parola giusta avrei in qualche modo compiuto una piccola riparazione; avrei creato un luogo – o addirittura una casa – per me e forse anche per chi leggerà il libro, in un mondo divenuto quasi interamente terra di esilio. Del risultato finale, del libro terminato come opera che va incontro al suo destino, testimonieranno gli altri. Io posso solo dire che mentre lavoravo a questo libro sentivo – in contrasto con le circostanze in cui è stato scritto – di essere fortunato perché potevo dare a tutto “questo” parole.
David Grossman

D.Grossman,  Come trovare le parole per raccontare una tragedia, "la Repubblica", 29 ott. 2012


22 ottobre 2012

Un'Enciclopedia delle bellezze infinite dell'Italia


[....] Immaginate un’Enciclopedia dell’infinito patrimonio artistico italiano. Già questa sarebbe un’operazione grandemente meritoria e necessaria, di cui le generazioni future ci sarebbero grate, ma ora provate a immaginare di proiettare nel futuro questo atto d’amore e rispetto verso il passato, e di rendere L’Enciclopedia facilmente consultabile e digitalmente disponibile a tutti, su internet e su ogni telefonino, in qualsiasi momento e in tutto il mondo.
Immaginate un’Italia che riesce a trasformare secoli di conoscenza, tutti i gioielli della sua storia e della sua cultura, in un prodotto globalmente desiderabile. Un’Italia che offre ai milioni di nuovi benestanti del mondo – tra l’altro resi tali dalla globalizzazione che ha così crudelmente colpito il nostro grande cuore manifatturiero – la conoscenza del patrimonio artistico più straordinario del pianeta attraverso il loro telefonino: basterebbe puntarlo contro una chiesa, inquadrarlo nello schermo, e apparirebbe l’informazione che, guarda un po’, dentro quelle mura c’è un Caravaggio.
E poi, perché fermarsi? Perché non inserire nell’idea di patrimonio italiano anche il culto del saper vivere? Perché non affiancare all’arte anche le grandezze del nostro design, dell’arte contemporanea, della moda, della musica, dell’opera, del teatro e del cinema, dell’artigianato, persino del cibo e del vino? Perché non segnalare al mondo la bellezza, sia quella che si può comprare, sia quella che non si può comprare: i panorami più belli del mondo, i luoghi della storia, le spiagge più belle, i gioielli che sono le nostre isole?
Eh, ditemi, perché no?
Edoardo Nesi


*E. Nesi, L’enciclopedia della bellezza scritta dai ragazzi, "Repubblica",  22.10.12





06 ottobre 2012

Poesia

 
[...]
 E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c'è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,
e che il cammino è sempre da ricominciare.

Eugenio Montale


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03 ottobre 2012

La dolce Maria

"[...] Finché vivi sei immortale perché aperto alla vita dei vivi. Una presenza calorosa, un appello all'azione, alla speranza, al sorriso anche di fronte alla sventura, una ragione per credere, credere a dispetto dei fallimenti e dei tradimenti, credere nell'umanità dell'altro, è questo che si chiama amicizia."
Elie Wiesel



Nell'ultimo libro di Wiesel si nota in tutta evidenza la sequenza di espressioni delicate riservate al personaggio "la dolce Maria", parole  speciali scelte nel dizionario della bontà del cuore (pp. 93-100). E nei pensieri di chi legge  "la dolce Maria" si affianca a "nonna Teta Lerner",  la "grassa, rabbiosa" nonna di Gad Lerner, che nelle ultime pagine di Scintille si rivela come la donna della salvezza, quasi a ricordarci che non esiste il normotipo della "bontà del cuore" perché "l'umanità dell'altro" ci sorprende nel modo più inatteso.


*E. Wiesel, Le due facce dell'innocente, Garzanti, 2012, p. 134.
Gad Lerner, Scintille. Una storia di anime vagabonde, Feltrinelli, 2009, pp. 215-220.
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24 settembre 2012

Alla conquista dell'impunità

 "Un altro caposaldo della morale laica che ci ha animati è l'etica della responsabilità: anch'essa non può che essere personale. Eppure, oggi più che mai, l'idea di pagare di persona le conseguenze delle proprie azioni, di essere soggetti liberi di scegliere e di rispondere in proprio delle scelte compiute, stenta ad affermarsi. "Chi sbaglia deve essere punito": e invece il portato peggiore di questa "nuova" politica è proprio la perdita di qualunque etica della responsabilità, di qualunque collegamento fra delitto e castigo, almeno per una classe dirigente che pare ormai interessata a conquistarsi l'impunità..."
Alessandro Galante Garrone
 2000
 
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16 settembre 2012

Genova, città della meraviglia ...



 


Porta Soprana - 16 sett. 2012


"[Genova] città della meraviglia e della bellezza. Dello stupore che non finisce mai. E della complicazione: la città dove non basta mai un solo sguardo, una sola idea, un solo concetto, una sola parola, per contenerla tutta, descriverla senza banalizzarla, decidere se volerle bene o volerle male. Sono venuto a perdermi a Genova, nella sua complicazione e nella sua vastità, e mi ci sono perso ..."
Maurizio Maggiani

*"Il Secolo XIX", 16 settembre 2012

14 settembre 2012

La libertà, in altre parole ....

"[....] Infine, ecco il punto cruciale della faccenda. Un verdetto avverso pronunciato da questa o da qualsiasi altra Corte potrebbe veramente impedire l’ulteriore diffusione del libro? La storia di casi del genere non convalida una simile supposizione. Anzi, un verdetto sfavorevole aggiungerebbe soltanto esca al fuoco. La proscrizione conduce solo alla resistenza: la lotta continua sotterranea e diviene perciò più insidiosa, più difficile da combattere. [...] Non potete eliminare un’idea sopprimendola. E l’idea legata a questo caso è la libertà di scegliersi le proprie letture. La libertà, in altre parole, di leggere ciò che è male o ciò che è bene per uno, o ciò che semplicemente è innocuo. Insomma, come ci si può guardare dal male, se non lo si conosce?"
Henry Miller

*H. Miller, Lettera al mio giudice, "Repubblica" 9 settembre 2012


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10 settembre 2012

La scuola di Monsieur Lazhar

Alessandro D'Avenia, Rose e libri, "La Stampa", 10 sett. 2012

"La verità bisogna chiederla ai poeti, e questo verso potremmo impararlo a memoria, noi che lavoriamo nella Scuola. Ma, si sa, i poeti dicono verità troppo semplici perché qualcuno le ascolti.
Inizia un nuovo anno di scuola, con ouverture tragicomica tra concorsi annullati per buste trasparenti, esami di Tfa degni delle serate Trivial e concorsoni per il reclutamento basati su un criterio rivelatosi insufficiente già da anni. Pazienza. Tutto ciò non ci esime dal lavoro quotidiano, che questa settimana ricomincia.
A tal proposito consiglio la (ri)lettura di un libro del 1932: Il mondo nuovo di A. Huxley. Se non avete tempo basta il primo capitolo, nel quale è descritto il modo in cui i bambini vengono educati nel nuovo sistema di controllo che garantisce l’equilibrio – basato sui consumi – del Nuovo Mondo. I bambini, che non nascono più nelle famiglie ma nelle provette con una selezione adeguata, sono educati in gruppo e obbligati ad odiare due cose che minano il consumo continuo di beni.
Introdotti in stanze piene di rose e libri colorati, non appena cominciano a sfogliare pagine e petali, attivano assordanti allarmi dal soffitto e dolorose scariche elettriche dal pavimento. Urlano impazziti, allontanandosi da rose e libri, apparente causa del dolore. Tutto ciò è ripetuto più volte. Una volta cresciuti, in modo puramente istintivo si terranno alla larga dalla natura e dai libri. Cioè dalla realtà, perché - spiega il direttore del Centro di Incubazione e Condizionamento - stare nella natura o leggere libri è un’abitudine che non genera consumi.
La scena - tragicamente reale oggi - mi ha fatto pensare per contrasto alla scuola come «resistenza» atta a restituire «rose e libri» agli 8 milioni di ragazzi che in questi giorni rientrano a scuola in Italia, spezzando il meccanismo pavloviano indotto dalla società dei consumi, che spinge a non tenere in considerazione la realtà e il suo senso, proprio perché alla realtà e al suo senso i ragazzi spesso associano allarmi e scosse elettriche: noia, delusione, paura, obblighi insensati e mancanza di risposte.
Settecentocinquantamila docenti possono restituire loro «rose e libri». Ma perché a volte quella reazione di fuga da libri e rose è provocata proprio dalla scuola?
I libri più odiati dagli Italiani? Quelli che si studiano a scuola: in vetta la Divina Commedia. Però se Benigni la racconta, tutti se ne innamorano. Come mai?
Credo che ciò valga anche per le materie scientifiche. A quante banalità si sottrarrebbero i nostri ragazzi se imparassero ad amare il mistero e lo stupore del mondo che la scienza prova a scandagliare con rigore e raziocinio. Una mia collega di scienze è diventata professoressa perché il suo professore durante l’ora di scienze poneva solo «perché» da risolvere: le spiegazioni nascevano dalla comune ricerca della risposta. L’entusiasmo era tale che ricorda a memoria quei quesiti: Perché se metto una ciliegia in un bicchiere di acqua calda l’acqua si colora di rosso?».
«Rose e libri». Non meramente come campo di prova per compiti, interrogazioni e programmi da svolgere, ma come sguardo contemplativo e non consumistico sul mondo (frui o uti: fruire o utilizzare? Si chiedeva Agostino). Solo chi entra in contatto vero con la realtà può entrare in contatto con se stesso e conoscere quindi sé e il mondo.
Perché le famiglie non pretendono più dalla scuola quello che per vocazione è chiamata a dare ai loro figli: non bei voti e promozioni facili, ma capacità di porre domande e trovare un senso alle cose che li circondano, attraverso i cinque sensi, stimolati dalla gioia di scoprire, spesso atrofizzata nei maestri che ripetono da anni le stesse lezioni. Inevitabile gettarsi sugli oggetti da consumare.
Socrate inaugurò lo stile occidentale del sapere e della scuola, e lo fecero fuori non solo allora. Alcibiade gli chiede: «Conoscere se stessi, molte volte, Socrate, mi è sembrata una cosa alla portata di tutti, molte volte, invece, assai difficile».
Socrate, in dialogo con i suoi allievi – il dialogo è infatti per lui il logos (parola, discorso, ragione) che passa attraverso (dia-) le persone alla ricerca della verità – risponde:
«Tuttavia, Alcibiade, che sia facile oppure no, per noi la questione si pone così: conoscendo noi stessi potremo sapere come dobbiamo prenderci cura di noi, mentre se lo ignoriamo, non lo potremo proprio sapere».
Abbiamo rinunciato alla conoscenza come modo di prendersi cura di noi stessi. Pensiamo lo possano fare chirurgia e tecnologia: cioè i consumi di cui Huxley aveva previsto la dolce tirannide.
Ma ritorniamo al grido del poeta: come abbiamo osato anteporre qualcosa all’uomo? Ai ragazzi? Abbiamo messo al primo posto programmi e strutture e i risultati li abbiamo sotto gli occhi.
Propongo una piccola riforma a costo quasi zero. Perché quest’anno ogni insegnante non «cura» cinque alunni della propria classe in modo particolare? Come? Dialoga con loro una volta ogni tre mesi a tu per tu (sono solo tre colloqui da 15-20 minuti in un anno: primo, quarto, settimo mese, un’ora e mezzo ogni tre mesi, 5 ore in un anno) per conoscerne progetti, passioni, difficoltà, punti forti e punti deboli. Raccoglie i dati e dopo essersi confrontato con gli altri colleghi della classe (che hanno a cura gli altri gruppetti da cinque) durante consigli di classe non più burocratici, socraticamente prova a mettere in atto strategie educative perché i talenti di quei cinque ragazzi fioriscano.
Credo che questo sguardo ridarebbe dignità allo scopo della scuola. Una scuola come la nostra che ha programmi che il resto del mondo si sogna. Programmi però spesso asetticamente anteposti alle vite degli studenti, e non spazio condiviso di dialogo e ricerca della verità.
O torniamo a prenderci cura delle persone o continueremo a cercare salvezza in riforme di superficie, necessarie sì, ma molto meno di «rose e libri».
«Rose e Libri»: così vorrei chiamare una rete di rinnovamento della scuola, composta da genitori, studenti e professori. Chi mi dà una mano?"

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Per una straordinaria coincidenza la scuola delle rose e dei libri di Alessandro d'Avenia si materializza al cinema nella scuola di Monsieur Lazhar,  piccolo film canadese arrivato nelle sale in questo scorcio d'estate. E' un film sulla scuola, su un maestro (diverso) ed i suoi  (esigenti) alunni, è un film sull'immigrazione e sul confronto tra le culture, è un film sul dolore e sulla solidarietà. E' un film riflessivo,  profondo e leggero, delicato e ricco di umanità, che si fissa nei cuori. Come scrive D'Avenia  la scuola non si fonda sui tecnicismi ma sull'attenzione e sulla serietà del percorso formativo (le rose e i libri appunto, "sfogliare pagine e petali"). La scuola come luogo di resistenza  è quella di Monsieur Lazhar, algerino emigrato a Montréal, che mai è stato maestro prima di allora ma conosce "l'attenzione" e fa leggere Esopo e Balzac perché la scuola è costruzione sull'edificio solido della cultura, accetta anche che suoi scolari gli regalino libri che mai aveva letto perché la scuola è una finestra spalancata sul nuovo.

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