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Il titolo di questo blog è ancorato ad un editoriale di Amos Luzzatto pubblicato sulle pagine del quotidiano "La Repubblica" nel giorno di Pasqua del 2001 sotto il titolo "Il valore della Libertà il rispetto della Legge".

09 luglio 2008

Le biblioteche del deserto

Michele Farina
La missione Antichi testi arabi minacciati da sabbia e sole
PASSARIANO (Udine) — Vedendo questi ragazzi chini sui manoscritti, nella cornice meravigliosa di Villa Manin a Passariano, Lalla sarebbe orgogliosa. Lalla Feliciangeli, l'italiana più amata del Sahara occidentale, è morta a gennaio. L'idea di salvare le biblioteche del deserto in uno dei Paesi più sperduti del mondo è venuta a lei, anima della nostra Croce Rossa in Mauritania. La sua prima cura era per i bambini e le donne. Cibo e microcredito. Su sua indicazione un anno fa il Corriere visitò un villaggio dell'Adrar che la sabbia si sta mangiando. La gente sposta le case più in là, il deserto le insegue. Impressionante. «Allora dovresti vedere Tichitt», disse Lalla. Rideva. «Pensa che voglio mandarci i patologi del libro». Chi? «Quelli della Scuola di Restauro in Friuli». A fare cosa? «A salvare le biblioteche. Stanno andando tutte in malora. Non solo a Tichitt. E' il patrimonio di questa gente. E un po' anche nostro. Manoscritti passati di padre in figlio per secoli, volumi che i pellegrini portavano a casa di ritorno dalla Mecca. Ricchezze di famiglia in mezzo al niente. A Tichitt c'era un vecchio bibliotecario cieco. Non ricordo il nome. Custodiva religiosamente dentro valigie polverose i libri che intanto gli insetti e l'umidità distruggevano. Dobbiamo aiutarlo, mi son detta. È importante quasi come dare cibo ai bambini dell'Adrar». Lalla sarebbe orgogliosa: domani il progetto salva-biblioteche sarà presentato ufficialmente a Villa Manin. In realtà è già operativo. Il Corriere lo segue da un anno. Bilancio: 900 mila euro. Fondi del ministero degli Esteri (Cooperazione e sviluppo, 600 mila euro), realizzazione a carico della Regione Friuli in collaborazione con due istituti di ricerca mauritani (300 mila euro). Come si salvano 30 mila manoscritti che marciscono in case private di villaggi a centinaia di chilometri l'uno dall'altro, spesso raggiungibili soltanto con i fuoristrada? Ci hanno provato in tanti: americani, francesi, tedeschi. La ricetta friulana: terapia d'urto e piano di cure a lunga scadenza. «Apriremo laboratori in ognuna delle quattro località interessate», dice Alessandro Giacomello, direttore della Scuola Regionale di Restauro e responsabile del progetto Mauritania. Primo obiettivo: passare i manoscritti all'interno di «macchine» speciali che uccidono gli agenti patogeni. L'idea di raccogliere tutti i volumi in un museo, magari nella capitale, è sbagliata. «Queste biblioteche sono la ricchezza del territorio e devono restarci» sostiene Carlo Federici, probabilmente il maggior patologo librario d'Italia. Ha da poco curato il «restyling » della Biblioteca Apostolica Vaticana. Il medico degli 80 mila manoscritti del Papa, lo scorso dicembre con la benedizione di Lalla, arrancò sulla pista verso Tichitt per il primo sopralluogo alle valigie del vecchio cieco. Certo i manoscritti del Sahara non sono comparabili con i tesori del Vaticano, un esemplare inestimabile dell'Eneide piuttosto che la Bibbia di Federico di Montefeltro. Sono testi religiosi e di giurisprudenza, «ma anche una copia del Corano che ha attraversato il Sahara nel XII secolo a dorso di cammello riveste un valore straordinario». E poi per un patologo ogni paziente è uguale. Il primo nemico? «La luce — dice Federici —. Infatti i mano-scritti del Vaticano stanno» in un bunker «di cemento armato, senza finestre». Difficile tenere lontana la luce del Sahara... «Faremo il possibile per isolarli. D'altra parte è importante che questi manoscritti siano fruibili. Possiamo allungargli la vita, digitalizzarli, ma anche per i libri non esiste eternità».Chi allungherà la vita ai manoscritti come quelli della meravigliosa Chinguetti, settima città santa dell'Islam? Sidi e Mohammed sono venuti in Italia per questo. Sono due dei 12 allievi del corso di restauro che si snoda tra Nouakchott e Villa Manin. Da domani al 26 settembre proseguiranno le lezioni cominciate in Mauritania con la supervisione di Irene Zanella, che ha già lavorato tra i tesori del Monastero di Santa Caterina sul Sinai. Mohammed ha 35 anni, è di Chinguetti: «Quest'anno abbiamo perso la Parigi-Dakar ma abbiamo trovato gli italiani che ci aiuteranno a salvare le nostre biblioteche». La corsa con la sua coda di stranieri costituisce una manna per la Mauritania («il costo di una capra passa da 10 a 100 euro»), ma è stata cancellata per le minacce di Al Qaeda. «A noi Al Qaeda ci fa un baffo — dice il direttore Giacomello —. In Friuli siamo sopravvissuti al terremoto». Un'esperienza di ieri che spiega la passione di oggi: «Non dimentichiamo il tempo in cui altri hanno aiutato noi. Aiutare i mauritani è un modo per dire grazie ». Anche di queste parole Lalla sarebbe orgogliosa. Quando un saggio muore, si dice in Africa, è una biblioteca che brucia. Il vecchio bibliotecario cieco di Tichitt è morto, la sua biblioteca risorge.
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07 luglio 2008

Chagall che fa volare il mondo




"Se tutta la vita corre inevitabilmente alla sua fine, è nostro
compito colorarla con i colori dell’Amore e della speranza".
Marc Chagall, nato il 7 luglio 1887.



06 luglio 2008

Editoriale

Barbara Spinelli
Il valzer della paura
"La Stampa", 6 luglio 2008

Anche se il silenzio è vasto, sulle misure di sicurezza adottate in fretta da Berlusconi, c’è stato chi ha provato sgomento grande, apprendendo che il ministro dell’Interno Maroni aveva messo all’ordine del giorno, come provvedimento risolutivo, le impronte digitali imposte ai bambini Rom: hanno protestato insegnanti impegnati in difficili tentativi di inserzione, e pensatori, storici, politici d’opposizione. Ma le parole più nette, più indipendenti, meno nebbiose son venute dall’interno della Chiesa. Aveva cominciato l’arcivescovo di Milano Tettamanzi, denunciando gli sgomberi dei campi Rom in aprile («Si è scesi sotto il rispetto dei diritti umani»). Poi hanno parlato sacerdoti, vescovi, la Fondazione Migrantes. Infine è giunto l’editoriale di Famiglia Cristiana: un periodico che vende più copie di tutti i giornali (3 milioni di lettori) ed è presente in ogni chiesa. L’editoriale del direttore, Antonio Sciortino, non usa eufemismi. Parla di «misure indecenti», di un governo per cui «la dignità dell’uomo vale zero». Enumera verità giuridiche elementari: l’accattonaggio non è reato, la patria potestà tolta quando i genitori Rom sono poveri o in condizioni difficili viola la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, firmata dall’Italia. Ma soprattutto, ricorda il male scuro dell’Italia, tra i più scuri in Europa. L’Italia porta nel proprio bagaglio il fascismo con le leggi razziali e tuttavia questa «tragica responsabilità» finge di non averla: «Non ce ne siamo vergognati abbastanza». Anche questo crea sgomento: questo passato che non solo non passa, ma sembra dissolto in un acido, come se le revisioni di Fini a Fiuggi non si fossero limitate ad affrancare Alleanza nazionale ma fossero andate oltre, consegnando al nulla tutto un brano di storia nazionale. Il periodico obbedisce al motto del fondatore, Giacomo Alberione: «Famiglia Cristiana non dovrà parlare di religione cristiana, ma di tutto cristianamente».Tuttavia l’ossessione dello straniero sospetto sin dalla nascita non è solo italiana. In questi giorni si discute di schedatura dell’infanzia in Francia («progetto Edvige»), anche se l’elaborazione di identikit - il profiling - non riguarda le etnie. Ma anche qui si pensa agli stranieri, e il significato è lo stesso: si predispongono liste di sospetti, in nome di uno stato d’emergenza infinita. Il modello d’integrazione del dopoguerra, chiamato in Francia protezionista, viene sostituito da un modello repressivo, dal populismo penale, da un inarrestabile proliferare di reati, dal profiling del diverso. Muta il mondo che abitiamo sempre meno generosamente, meno umanamente: una sorta di catastrofismo antropologico s’insedia negli spiriti e nei governi, che giudica l’uomo malvagio, incendiario. Che abolisce la fiducia: quest’apertura all’altro che scommette sul mutare della persona e non sugli immoti dati del suo corpo e della sua genetica.Questa politica della sfiducia è iniziata prima dell’11 settembre, ma dopo il 2001 ha impastato sicurezza interna e antiterrorismo, importando dalla guerra le parole, le pratiche, le norme d’eccezione. Un libro uscito quest’anno in Francia, a cura di Laurent Mucchielli, descrive la frenesia della sicurezza impadronitasi dei governanti come dei giornali e spiega bene, in un saggio di Mathieu Rigouste, la militarizzazione delle menti. Anche qui riaffiorano automatismi, si son disperse vergogne o memorie. Rigouste, in un libro d’imminente uscita (L’ennemi intérieur, La Découverte) ricorda che linguaggio e azioni sono radicati nelle repressioni coloniali. Si parla di «contro-insurrezione», di «zone grigie dove s’annidano minacce di guerriglia», di «guerre di bassa intensità permanente» nelle banlieue. Ci sono consiglieri governativi (il colonnello de Richoufftz, il generale Henry Paris) che si fanno forti delle esperienze in Bosnia, Kosovo, perfino in Algeria.A forza d’impastare il civile e il militare sono tanti i confini che sbiadiscono: tra ordine e emergenza, pace e guerra, e anche tra l’età maggiorenne (in cui diveniamo imputabili, incarcerabili) e quella minorenne, da tutelare e correggere con l’integrazione. Il bambino e l’adolescente diventano incubo, primo anello di catene devianti. Il XX secolo fu marchiato dalla foto del bambino con le braccia alzate, nel ghetto di Varsavia sopraffatto. Quell’immagine rivive: a Guantanamo, in Palestina, in Europa stessa. Chi ha contemplato il tremendo nel prodigioso film di Ari Folman (Waltz With Bachir), ricorderà la scena in cui l’autore, ebreo israeliano, racconta i palestinesi massacrati a Sabra e Chatila e vacilla perché quel che ha visto e quel di cui s’è reso complice gli fa venire in mente il bambino di Varsavia. Chi difende le leggi Berlusconi difende cause apparentemente buone, e accusa i cristiani dissidenti di cecità: «Voi non andate nelle terre di desolazione e ignorate l’angoscia di tanti italiani», lamentano. Dicono che la legge è fatta per dare ai bambini un’identità che non hanno, per verificare se vanno a scuola, hanno case decenti, son sfruttati. Ma i bambini sfruttati e non scolarizzati in Italia sono ben più numerosi dei Rom, e questo conferma la discriminazione negativa di un’etnia (sono selettivi anche alcuni termini: commissario per la questione Rom, emergenza-Rom). Conferma una visione del male che non insorge perché società e istituzioni barcollano, o l’integrazione fallisce. Il male comincia nel genetico, nel corpo del bambino. Tanto più se diverso: Rom, musulmano, povero. Sono anni che la delinquenza minorenne ossessiona, e un primo bilancio può esser fatto delle risposte date fin qui in Europa. I più repressivi sono stati i governi inglesi, poi il francese e l’italiano; mentre a Nord è sopravvissuto il modello integrativo. I risultati non confortano i fautori di ghetti. Con le repressioni inglesi, la delinquenza minorile è spettacolarmente aumentata: la sua parte nel crimine globale raggiunge percentuali senza eguali in Europa (20 per cento). Mentre in Norvegia, dove son preservate istituzioni solidali, i minorenni sono meno del 5 per cento della criminalità globale. Molte misure tecnologiche presentate come miracoli sono inefficaci. E in nome delle vittime o delle paure singole, è l’idea di una società coesa che si sfalda, è la sfiducia nelle istituzioni collettive che si attizza. Le impronte digitali, infine, accendono risentimento. Pierre Piazza, autore in Francia di una storia della carta d’identità, evoca afghani in cerca d’asilo che si son bruciati le dita, per protestare contro la schedatura. I tempi d’azione affrettati e concitati, il rifiuto dei vecchi modi - più lenti - di curare le radici del male anziché estirparle: tutto questo mostra che insicurezza e paura sono spesso considerate una soluzione, più che un problema. Son usate e alimentate come uno strumento utile al potere. Sono la fuga nella politica delle emozioni, dell’annuncio declamatorio, del culto totemico di cifre continuamente contraffatte. A partire dal momento in cui, se un bambino ruba una bici, conta più la bici che la storia del bambino, il salto qualitativo è fatto: il salto nei nuovi reati (di accattonaggio o clandestinità); il salto nel sequestro del corpo, tramite biometria. L’habeas corpus, che è la facoltà di disporre del proprio corpo senza che esso sia manomesso o derubato, si perde. I cittadini alle prese con lo spavento sono comprensibili. Ma la civiltà ha sue ragioni, che l’individuo impaurito non conosce o sottovaluta. Sono ragioni che riguardano anche lui. Il pastore Martin Niemoeller lo rammenta, in una poesia scritta a Sachsenhausen e Dachau, oggi esposta in un manifesto nelle vie di Roma. All’inizio deportano gli zingari, e tu taci. Poi gli ebrei, i sindacalisti, e sempre taci. Alla fine vengono per prender te. Non c’è più nessuno per protestare.
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05 luglio 2008

Tempi vili

Erri De Luca
Nel Paese di Pulcinella spaventato dalle lumache
Da noi si perseguitano solo i poveri, che siano dirimpettai albanesi o remoti curdi. Se sono ricchi offriamo loro volentieri mogli e figlie. La paura in politica è un abbondante serbatoio di voti, come pure il coraggio. Durante tempi eroici diventa maggioranza chi fa leva sulla resistenza alle avversità, sul sentimento di sacrificio e di slancio solidale. Durante tempi vili vince chi aizza le paure, i rancori, circondando la vita civile di filo spinato. La povera nazionale di calcio ai campionati europei ha rappresentato bene il nostro blocco nervoso difensivo senza slancio in avanti La paura è una merce deperibile. Ci stanca, ci si abitua, perde presa, allora bisogna rinnovarla con stratagemmi. Ci si propone di schedare in massa gli zingari, rilevare impronte digitali anche ai bambini. La misura stuzzica l'immaginazione a fare di più: invece di far loro lasciare un'impronta, perché non provvedere piuttosto a mettere un'impronta su di loro? Un tatuaggio obbligatorio, magari un numero su un braccio? Sarebbe costoso. Ma si può imporre loro di portare sul risvolto del vestito, bene in vista, una zeta cucita, lettera ultima del nostro alfabeto, per loro lettera iniziale di riconoscimento. E poi buttarla anche sul ridere, come fece il filmLa vita è bella. Il padre spiegherebbe al figlio che è la zeta di Zorro. Il bello di chi sfrutta la paura, il suo vantaggio, è che procura amnesia. Dimentica il tempo precedente, dà a un paese invecchiato l'aria imbambolata di uno nato ieri. Le impronte digitali ai bimbi zingari sono razzismo? Ma no, sono gli zingari a voler essere una razza, è una scelta loro. Da noi si mettono nei campi di concentramento migratori colpevoli di viaggio, madri e bambini inclusi se no è troppo poco. Da noi si chiamano Centri di Permanenza Temporanea: permanenza, un buon nome alberghiero per un posto con sbarre, filo spinato, guardie. Servono i campi di concentramento a fermare il flusso migratorio? No, ma servono molto a compiacere il sentimento di paura ben aizzato. È razzismo la caccia all'immigrato? Ma no, è opera di scoraggiamento a fin di bene. Il razzismo, come la mafia, non esiste. Il sospettato di esserlo nega come Totò Riina: «Tutte bugiarderie». La differenza sta solo nel fatto che uno sta in prigione e l'altro al potere. Nella città della mia infanzia si usa un'espressione per la persona che si impaurisce facilmente: Pulcinella spaventato dalle lumache. Le vede nel cesto che tirano fuori le corna e se ne scappa. Il nostro è un paese spaventato dalle lumache. Non è il caso di chiamare razzista la sua paura e le meschine misure di compiacimento dei peggiori sentimenti. Razzismo è una parola tragica e seria, il razzista è uno che va a fondo della sua avversione e si permette di trascurare il suo vantaggio: il razzista azzanna e perseguita anche il ricco della specie odiata. Da noi invece si perseguitano solo i poveri, che siano dirimpettai albanesi o remoti curdi. Se sono ricchi offriamo loro volentieri mogli e figlie. Il razzismo è un odio disinteressato, il nostrano è una varietà condita di tornaconto. Sono tempi per vili, orgogliosi di esserlo. Non mi auguro tempi eroici, non troverebbero personale di rappresentanza.
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"È urgente che un risveglio avvenga"

Lettera di Barbara Spinelli
LaStampa.it 5 luglio 2008



L'editorialista della Stampa Barbara Spinelli ha aderito alla manifestazione dell'8 luglio in Piazza Navona. Ecco la lettera inviata agli organizzatori.
"Aderisco alla manifestazione promossa da Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d'Arcais l'8 luglio a Roma contro le leggi-canaglia del governo Berlusconi, in difesa del libero giornalismo e della legge eguale per tutti. È urgente che esista la pietra dello scandalo. È urgente che un risveglio avvenga, anche se di pochi, perché la narcosi delle menti, del linguaggio, della visione, delle memorie è vasta e progredisce. Non è importante il nome che si dà al regime in cui viviamo. Conta la sua sostanza: la maggioranza che ignora e vilipendia la minoranza, la separazione dei poteri messa in questione, il trionfo degli interessi particolari e privati di chi è a capo del governo, l'impunità garantita a un impressionante numero di crimini, l'esclusione e criminalizzazione di una parte della popolazione, giudicata diversa e sospettabile fin dall'infanzia perché appartenente a altre etnie o razze. Scegliete il nome che volete, purché il nome abbia rapporto con la sostanza".
Barbara Spinelli (editorialista de "La Stampa")
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1938 - ...Era solo un censimento... - 2008


“[...] Di tutti i possibili provvedimenti minacciati contro gli Ebrei, quello che più immediatamente la spaventava, era l’obbligo previsto di denunciarsi per il censimento!…..”.
(Elsa Morante, La Storia, Torino, 1974, p. 47 e sgg.).
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"Quel censimento" arrivò mentre giornali e radio avevano invaso "quasi fisicamente" ogni spazio pubblico e privato con una propaganda "fragorosa" ed assordante contro la pacifica comunità ebraica. Così con quel "censimento", varato in una calda estate del 1938, l’Italia si avviò a passo lesto verso gli anni OSCENI della sua Storia (Ibidem, p. 584).
Là dove ieri erano gli ebrei oggi sono i Rom, sotto attacco da mesi con una campagna di stampa che ha gli stessi toni e lo stesso "fragore" di quanto descritto da Elsa Morante ne La Storia, un vero vademecum per decodificare le indecenze del nostro oggi e svegliare le nostre indifferenze, per smascherare l'inconsapevole razzismo di tanti, per contrastare con fermezza il popolo degli "ignoranti fieri di esserlo", in ogni luogo ed in ogni contesto.
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1938 - Parallelismi - 2008


Gad Lerner
Un altro censimento: 70 anni dopo
"La Repubblica", 5 luglio 2008


Cominciò con un inaspettato censimento etnico, nel mezzo dell’estate di settant’anni fa, la vergognosa storia delle leggi razziali italiane. Alle prefetture fu diramata una circolare, in data 11 agosto 1938, disponendo una “esatta rilevazione degli ebrei residenti nelle provincie del regno”, da compiersi “con celerità, precisione e massimo riserbo”.La schedatura fu completata in una decina di giorni: 47.825 ebrei censiti sul territorio del regno, di cui 8.713 stranieri (nei confronti dei quali fu immediatamente decretata l’espulsione).Per la verità si trattava di cifre già note al Viminale. “Il censimento quindi fu destinato più a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare”, scrive la storica francese Marie-Anne Matard-Bonucci ne “L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei” (il Mulino). Naturalmente, di fronte alle proteste dei malcapitati cittadini fatti oggetto di quella schedature etnica fu risposto che essa non aveva carattere persecutorio, anzi, sarebbe servita a proteggerli.Nelle diversissime condizioni storiche, politiche e sociali di oggi, torna questo argomento beffardo e peloso: la rilevazione delle impronte ai bambini rom? Ma è una misura disposta nel loro interesse, contro la piaga dello sfruttamento minorile!Si tratta di un artifizio retorico adoperato più volte nella storia da parte dei fautori di misure discriminatorie: “Lo facciamo per il loro bene”. A sostenere la raccolta delle impronte sono gli stessi che inneggiano allo sgombero delle baracche anche là dove si lasciano in mezzo alla strada donne incinte e bambini. Ma che importa, se il popolo è con noi?Lo so che proporre un’analogia fra l’Italia 1938 e l’Italia 2008 non solo è arduo, ma stride con la sensibilità dei più. L’esperienza sollecita a distinguere fra l’innocenza degli ebrei e la colpevolezza dei rom. La percentuale di devianza riscontrabile fra gli zingari non è paragonabile allo stile di vita dei cittadini israeliti, settant’anni fa.Eppure dovrebbero suonare familiari alle nostre orecchie contemporanee certi argomenti escogitati allora dalla propaganda razzista, circa le “tendenze del carattere ebraico”. Li elenco così come riportati il libro già citato: nomadismo e “repulsione congenita dell’idea di Stato”; assenza di scrupoli e avidità; intellettualismo esasperato; grande capacità ad adattarsi per mimetismo; sensualismo e immoralità; concezione tragica della vita e quindi aspirazioni rivoluzionarie, diffidenza, vittimismo, spirito polemico e così via.Guarda caso, per primo veniva sempre il nomadismo. Seguito da quella che Gianfranco Fini, in un impeto lombrosiano, ha stigmatizzato come “non integrabilità” di “certe etnie”; propense –per natura? per cultura? per commercio?- al ratto dei bambini. Il che ci impone di ricordare per l’ennesima volta che negli ultimi vent’anni non è stato mai dimostrato il sequestro di un bambino ad opera degli zingari.Un’opinione pubblica aizzata a temere i rom più della camorra, si trova così desensibilizzata di fronte al sopruso e all’ingiustizia quando essi si abbattono su una minoranza in cui si registrano percentuali di devianza superiori alla media. Tale è l’abitudine a considerare gli zingari nel loro insieme come popolo criminale, da giustificare ben più che la nomina di “Commissari per l’emergenza nomadi”, incaricati del nuovo censimento etnico. Un giornalista come Magdi Allam è giunto a mostrare stupore per la facilità con cui si è concesso il passaporto italiano a settantamila rom. Ignorando forse che si tratta di comunità residenti nella penisola da oltre cinquecento anni: troppo pochi per concedere loro la cittadinanza? Eppure sono cristiani come lui…Il censimento etnico del 1938, “destinato più a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare”, come ci ricorda Marie-Anne Matard-Bonucci, in ciò non è molto dissimile dal censimento dei non meglio precisati “campi nomadi” del 2008. In conversazioni private lo confidano gli stessi funzionari prefettizi incaricati di eseguirlo: quasi dappertutto le schedature necessarie erano già state effettuate da tempo.L’iniziativa in corso riveste dunque un carattere dimostrativo. E i responsabili delle forze dell’ordine procedono senza fretta, disobbedendo il più possibile alla richiesta di prendere le impronte digitali anche ai minori non punibili, nella speranza di dilazionare così le misure che in teoria dovrebbero immediatamente conseguirne: evacuazione totale dei campi abusivi e di quelli autorizzati ma fuori norma; espulsione immediata dei nomadi extracomunitari e, dopo un soggiorno di tre mesi, anche dei nomadi comunitari; quanto agli zingari italiani, gli verrà concesso l’uso delle aree attrezzate solo per brevi periodi, dopo di che dovranno andarsene (sono o non sono nomadi? E allora vaghino da un campo all’altro, visto che le case popolari non gliele vuole dare nessuno). Si tratta di promesse elettorali che per essere rispettate implicherebbero un salto di qualità organizzativo e politico difficilmente sostenibile. Dove mandare gli abitanti delle baraccopoli italiane –pochissime delle quali “in regola”- se venissero davvero smantellate tutte in pochi mesi? Chi lo predica può anche ipocritamente menare scandalo per il fatto che tanta povera gente, non tutti rom, non tutti stranieri, vivano fra i topi e l’immondizia. Ma sa benissimo di alludere a una “eliminazione del problema” che in altri tempi storici è sfociata nella deportazione e nello sterminio. Un’insinuazione offensiva, la mia? Lo riconosco. Nessun leader politico italiano si dice favorevole alla “soluzione finale”. Ma la deroga governativa al principio universalistico dei diritti di cittadinanza, sostenuta da giornali che esibiscono un linguaggio degno de “La Difesa della razza”, aprono un varco all’inciviltà futura.Negli anni scorsi fu purtroppo facile preconizzare la deriva razzista in atto. Per questo sarebbe miope illudersi di posticipare la denuncia, magari nell’attesa che si plachi l’allarmismo e venga ridimensionata la piaga della microcriminalità. La minoranza trasversale, di destra e di sinistra, che oggi avverte un disagio crescente, può e deve svolgere una funzione preziosa di contenimento. Gli operatori sociali ci spiegano che sarebbe sbagliato manifestare indulgenza nei confronti dell’illegalità e dei comportamenti brutali contro le donne e i bambini, diffusi nelle comunità rom. Ma altrettanto pericoloso sarebbe manifestare indulgenza riguardo alla codificazione di norme palesemente discriminatorie, che incoraggiano l’odio e la guerra fra poveri. Non si può sommare abuso ad abuso di fronte ai maltrattamenti subiti dai bambini rom. Quando i figli degli italiani poveri venivano venduti per fare i mendicanti nelle strade di Londra, l’esule Giuseppe Mazzini si dedicò alla loro istruzione, non a raccogliere le loro impronte digitali. L’ipocrisia di schedarli “per il loro bene” serve solo a rivendicare come prassi sistematica, e non eccezionale, la revoca della patria potestà. Dopo le impronte, è la prossima tappa simbolica della “linea dura”. Siccome i rom non sono come noi, l’unico modo di salvare i loro figli è portarglieli via: così si ragiona nel paese che liquida l’“integrazione” come utopia buonista. A proposito del sempre più diffuso impiego dispregiativo della parola “buonismo”, vale infine la pena di evocare un’altra reminescenza dell’estate 1938. Chi ebbe il coraggio di criticare le leggi razziali fu allora tacciato di “pietismo”. Con questa accusa furono espulsi circa mille tesserati dal Partito nazionale fascista. E allora viva il buonismo, viva il pietismo.
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Link al blog di Gad Lerner
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04 luglio 2008

... "Rischiamo di non vedere" ...



Barbara Palombelli
Quei bimbi non sono diversi
"La Stampa", 4 luglio 2008

Caro direttore, siamo confusi, stonati, accaldati, forse persino i più maliziosi sono ormai stanchi della rissa pornopolitica e pornogiudiziaria di queste ore. E dunque rischiamo di non vedere. Rischiamo di non vedere - fra le righe - che, ben mascherato da urgenze e necessità improrogabili, sta per saltare di nuovo in Italia, a settant’anni dalle famigerate leggi razziali, un principio indiscutibile. Quello dell’uguaglianza degli esseri umani. Un principio che viene prima di ogni e qualsiasi schieramento politico e/o nazionale. Un principio che i nati come me negli Anni Cinquanta hanno appreso verso i tre anni, in famiglia o alla scuola. Le suore e i sacerdoti - forse allora meno distratti dai matrimoni o dalle conversioni vip - ci formavano con l’ascolto dei padri missionari... e, anche per questo, quel principio è scolpito nei nostri cuori da tempo immemorabile.Nessuna esigenza «razionale», nessun pregiudizio, nessuna paura emotivamente comprensibile può farci tornare indietro di settant’anni, laggiù negli inferi da dove siamo usciti grazie all’eroismo dei nostri padri. Sono poche le voci che si levano in Italia contro le schedature dei rom, o sulle violenze perpetrate nei centri di accoglienza temporanea, documentate delle ispezioni dei radicali, anche perché la sconfitta sui temi della sicurezza ha annichilito il Partito Democratico nella sua corsa a inseguire temi e provvedimenti che solo dieci o venti anni fa avrebbero fatto orrore certamente agli ex partigiani ma anche ai democristiani e ai moderati più destrorsi. La sola idea che i bambini mendicanti o i disperati che annegano accanto alle nostre isole più belle siano «diversi» da noi è raccapricciante. Eppure, anche nei nostri titoli e nei nostri articoli, qualche volta dimentichiamo che noi potremmo essere quelle madri o quei padri sulle navi della disperazione o che quei bambini al semaforo potrebbero essere i nostri figli. Nasciamo tutti nello stesso modo, in luoghi diversi e in condizioni diverse, ma siamo la stessa cosa, la stessa carne, lo stesso sangue. Ergo: i ruoli e le destinazioni in cui ci troviamo ad esistere non dipendono dalle nostre presunte e future qualità (o difetti). Fa fatica, fa impressione, fa perfino un po’ paura doverlo ribadire, riscrivere, sottolineare. Ed è davvero una tragedia se - distratti dalle intercettazioni e dalle prevedibili modestie del Pd, partito nato al gazebo, insediato all’ombra e finito spiaggiato o sdraiato - non ci rendiamo conto che qui non è questione di impronte o di Cpt (quei recinti e quelle gabbie sono una vergogna mondiale almeno quanto le torture americane di Guantanamo o la pena di morte), è in discussione il fondamento della nostra intera società.

03 luglio 2008

Radici

"Conoscere le proprie radici equivale a certificare la nostra identità. La vera stazione di partenza è anteriore alla nascita anagrafica. Ogni generazione trasmette alla successiva dei nodi da sciogliere. È tutta una catena, come sapevano i greci. Il padre è un anello decisivo: in lui si specchia il corso del tempo; se, per caso, incuria, insofferenza o superficialità, egli non consegna in modo appropriato il testimone ricevuto, questo compito dovrà eseguirlo il figlio. Oppure il nipote. Senza scrittura la vita è cieca, muta e sorda, ma in assenza di una vera esperienza la parola rischia di essere sterile. Scoprire quali sono le nostre origini non significa semplicemente tornare indietro, ma trovare alimento per andare avanti. Nessuna azione nasce dal niente. Ogni pensiero risponde a un altro. L'uomo da solo non ha peso."
Eraldo Affinati
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Percorsi di lettura
I libri di Eraldo Affinati (Roma, 1956)
  • Campo del sangue, 1997
  • Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer, 2002
  • Secoli di gioventù , 2004
  • Compagni segreti, 2006
  • La città dei ragazzi, 2008

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1938 - "Innocuo censimento" - 2008

Federico Gelli
Impronte ai minori: la storia ci insegni
Era precisamente l'estate di 70 anni fa e nessuno avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe successo di lì a qualche settimana, ma iniziò così: con un censimento, un semplice, apparentemente innocuo censimento. Pochi mesi prima, era il febbraio del 1938, una nota ufficiale del regime fascista aveva provato a rassicurare gli spiriti più inquieti e più avvertiti: «Il governo fascista non pensò mai né pensa adesso di prendere misure politiche, economiche, morali contrarie agli ebrei». Ma poi, dopo che in tutta Italia funzionari e segretari furono messi al lavoro per riempire schede e vagliare questionari, ecco che arrivò il Manifesto della Razza, con le sue dichiarazioni brutali e vergognose («Gli ebrei non appartengono alla razza italiana»), ecco soprattutto che arrivarono le leggi razziali che, promulgate da Vittorio Emanuele nella tenuta di San Rossore, cancellarono di colpo gli ebrei italiani come cittadini.Non voglio forzare nessun parallelismo tra quelle vicende e l'ordinanza voluta dal ministro Maroni per l'identificazione dei bambini Rom. Voglio persino provare ad accordare il beneficio della buona fede. Eppure non posso fare a meno di ritornare a quelle vicende di ieri per soppesare e valutare cosa sta succedendo nell'Italia di oggi. E sono convinto che le vicende di ieri dovrebbero aiutarci a essere almeno più cauti, uso un aggettivo volutamente debole, in un paese che la vergogna delle leggi razziali l’ha conosciuta.Per questo concordo pienamente con la domanda che Famiglia Cristiana pone al presidente del consiglio: «Silvio Berlusconi permetterebbe che si prendessero le impronte e ai suoi nipotini?». Mi piacerebbe che lui o chi per lui potessero rispondere. E se poi il problema è davvero quello del bene dei piccoli Rom che non vanno a scuola, inviterei allora il governo a riflettere sui tassi di abbandono scolastico in tante italianissime realtà, soprattutto nel nostro Mezzogiorno. Più decente e più sensata, allora sarebbe l'idea di schedare tutti i minori, a prescindere…Ci sono decisioni e provvedimenti che reclamano la nostra indignazione e una capacità di mobilitazione. Auspico che la Toscana possa fare la sua parte, in tutto questo. Le premesse ci sono: a partire da quanto la Regione proporrà a tutti già la prossima settimana a San Rossore, con il meeting internazionale dedicato alle discriminazioni razziali, nello stesso luogo in cui 70 anni si consumò la vergogna delle leggi a difesa della razza. Un anniversario ritornato prepotentemente attuale.
*Federico Gelli è vicepresidente della Regione Toscana.

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