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Il titolo di questo blog è ancorato ad un editoriale di Amos Luzzatto pubblicato sulle pagine del quotidiano "La Repubblica" nel giorno di Pasqua del 2001 sotto il titolo "Il valore della Libertà il rispetto della Legge".

16 gennaio 2010

I nostri padri ...

"I nostri padri, nati schiavi, a forza
di contrasti, di sangue e di fatiche
comprâr la cara libertade; e noi,
posterità degenerata, tutto
per schiavi ritornar mettiamo in opra".

Mary Wortley Montagu
1689 1762


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10 gennaio 2010

Migranti invisibili: gennaio 2001 - gennaio 2010

[....] I nuovi schiavisti di Calabria (non solo: oggi parliamo di Rosarno, domani chissà) non hanno neppure questo minimo scrupolo: non gli interessa che i loro schiavi abbiano dove dormire, che mangino e che possano lavarsi, non importa se muoiono, se fuggono. Ce ne sono talmente tanti e sempre nuovi in arrivo, è talmente enorme l'offerta di mano d'opera in arrivo dalle lande disperate del mondo che il per così dire ricambio naturale è nel conto. Anzi, è incentivato. Se spariscono i senegalesi arriveranno i magrebini, o i cingalesi a seconda della convenienza del clan mafioso che li importa e che controlla il territorio. L'economia non ne risentirà, anzi. È molto probabile che i nuovi arrivati che non conoscono la lingua, figuriamoci i diritti, pretendano di meno. Mano a mano che si rendono conto difatti cominciano a ribellarsi alle condizioni in cui sono tenuti dai clan criminali: è bene che si tolgano di torno. Ci mancano solo gli africani sindacalizzati... Che poi siano loro gli unici, in quelle terre, capaci di ribellarsi è una triste verità che parla degli italiani". [ leggi tutto....]"
Concita De Gregorio, "L'Unità", 9 gennaio 2010.

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" [.......]  La «dissonanza cognitiva» alla quale ci riferiamo oggi è tutta diversa. Risiede e prospera soprattutto nelle regioni del Nord e del Nordest. Dove proliferano quegli imprenditori piccoli e grandi che hanno avuto il merito di creare una società ricca di tutto, molto «affluente». Non senza l'aiuto di quella mano d'opera immigrata, spesso di colore non proprio bianco, ma prontissima sempre a fare dei lavori meno gradevoli nelle fabbriche, nelle fabbricone e nelle fabbrichette. Questa manovalanza così comoda nella sua quieta efficienza, gli imprenditori del NordNordest la vogliono, ne vogliono sempre di nuova, di più. Ma c'è qualcuno, da quelle parti (siamo quasi certi che si tratti di uno soltanto, ma parla forte, ma si fa sentire) che questi immigrati così colorati non li sopporta quando li vede in giro per andare a comprare il latte, per fare una passeggiata, per andare al cinema. Affetto da continui attacchi di «dissonanza cognitiva» l'imprenditore piccolo o medio di cui sopra (al singolare, perché siamo sempre più certi che si tratti di uno soltanto) protesta a voce alta: «Cosa vogliono? Cosa fanno? perché non si rendono, non dico inesistenti, ma quanto meno invisibili?». E intanto li trattiene nella sua fabbrica. E guai a chi glieli porta via. Ne vuole anzi degli altri. Possibile che non ci sia un metodo per ridurre questa clamorosa «dissonanza cognitiva»? Certo che c'è. Basta ricorrere alla scienza che può tutto, se solo vuole. Come si è visto in una recentissimo film americano: L'uomo senza ombra di Paul Verhoeven, al quale hanno lavorato, duecentottanta esperti di effetti speciali per rendere un uomo del tutto invisibile. E ci riescono. Ma è troppo costoso, evidentemente. Molto meglio, se possibile, inventare un anello da infilare al dito, e da girare finché non rende invisibile chi lo porta. Un anello del genere è stato inventato e messo in opera (ne sono certo) più di una volta. Ma la prima, la meglio raccontata di tutte, la troviamo nella cultura greco antica: in Erodoto e in Platone (la Repubblica Libro II) dove si narra la storia del magico "Anello di Gige". Il quale Gige, sia detto tra noi, era un bel mascalzone. Non si è ancora infilato al dito l'anello del Re che già va - invisibilmente - a insidiare la Regina. L'invisibilità sarà bella, ma assicura anche l'impunità, ci dice Platone. E fa nascere voglie pericolose in tutti. Ma Platone scriveva in greco (antico). E il greco antico non è affatto di moda, nel nostro Nord, Nordest. Nessuno lo deve più studiare. Nessuno lo studia più: tanto a che serve? Già, a che serve? Serve a non ospitare in cuore sentimenti incoerenti e contraddittori. Desideri intimamente contraddittori. Dissonanze clamorosamente contraddittorie. A questo serve." 
Beniamino Placido,  "Repubblica", 21 gennaio 2001


*estratto dall'Archivio online di "Repubblica": B. Placido, L'immigrato perfetto è invisibile, "Repubblica", 21 gennaio 2001 [leggi tutto]

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La rivolta degli schiavi

"[...] Però non è più possibile sopportare tutto questo. Io lavoro, punto. Tutti, qui lavoriamo. E non vogliamo altro. Ci sta bene pure dormire in queste condizioni, non importa, l'importante è lavorare onestamente e spedire i soldi a casa. Ma non possiamo essere sparati, come è successo al mio amico Babou, e non reagire. Non abbiamo più niente da perdere. La gente deve capire un concetto semplice: io sono sbarcato a Lampedusa, ho rischiato di morire in mare, per venire qui. Credevo di trovare il paradiso e ho trovato l'inferno. Ho rischiato di morire già una volta, non mi fa paura rischiare di morire adesso, perché so di essere nel giusto. [...]". 
Ahmed, immigrato  di Rosarno, "Il Fatto", 9 gen. 2010
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"[...] Non hai più la forza di pensare e sognare una vita migliore di questa, sei solo incazzato con te stesso per esserti infilato, senza sapere come, in un inferno senza vie d’uscita. [...]  Cerchi di farti sentire. Vuoi far sapere a tutti che non sei più disponibile a fare quella vita; che, anche se hai accettato un lavoro da schiavo, se non sai che cos’è un contratto di lavoro, se non sai che esiste il sindacato, se non pretendi di essere tutelato da uno Stato di diritto che in una parte del suo territorio accetta che esista la schiavitù, hai comunque una dignità e una vita da difendere. Vuoi affermare che non puoi essere scambiato per un tiro a segno, che la tua carne brucia non solo per il freddo che accumuli durante le troppe ore di lavoro, ma perché da troppo tempo il tuo cuore non riesce ad essere riscaldato dai suoni, dagli odori e dagli affetti della tua terra e quindi pompa in circolo solo sangue avvelenato. Rosarno brucia. Il resto dell’Italia è lontana, irraggiungibile [...]
Mimmo Calopresti, "Il Fatto", 9 gen.2010

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[...] Credere di fermare l’immigrazione clandestina combattendo gli immigrati è una pia illusione ed è un atto vile. Non è l’immigrato che sollecita la malavita, è la malavita che incrementa e orienta l’immigrazione clandestina ed è interessata a creare condizioni esasperate, anche attraverso la guerra fra poveri, per potere vendere a maggior prezzo e con più alto profitto la povera carne umana su cui riesce a mettere le mani. E che dire degli imprenditori schiavisti? [....]
Moni Ovadia, "L'Unità", 9 gennaio 2010

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[...] Solo se scopriremo che il nostro problema irrisolto non è l’identità italiana, ma l’identità umana. Le scuole non hanno bisogno delle quote del ministro Gelmini (non più di tre alunni su dieci per classe in tutta Italia, come se Gesù avesse imposto quote di accesso alla stalla di Betlemme: non più di tre Magi). Hanno bisogno di insegnare il mondo che muta. Altrimenti sì, è l’inferno di Rimbaud: «L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte».
Barbara Spinelli, Se questi sono uomini, "La Stampa", 10 gennaio 2010 [leggi tutto ]
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06 gennaio 2010

Ricordando Beniamino Placido


Beniamino Placido
Come Dio si ritirò e creò l' uomo
"Repubblica ", 31 maggio 2007



"Che emozione l'altro giorno. Capita talvolta di avere per la testa un brano di cui si ha un vago, ma ossessivo ricordo. Ma non abbiamo il tempo, l'energia, la pazienza, per andarlo a cercare, per riprenderlo fra le mani e cercare di svelare il mistero del perché continuava a ronzarci per la testa. Che emozione, quindi, l'altro giorno, riuscire a rileggere niente di meno che il primo capitolo della Genesi, l'inizio («il comincio», come diceva mia figlia quand'era piccola): «E Dio creò il cielo e la terra». Si tratta della Creazione, momento ovviamente importante nella cosmogonia di tutti i popoli: quando siamo nati? Come è venuto fuori il mondo? Come avviene la Creazione? Anni fa ne ho letto una definizione bellissima di non so più quale teologo: «Dio crea l'uomo come il mare crea la terra: ritirandosi». Vale a dire: Dio crea l'uomo «abbandonandolo». Perché solo abbandonando, solo ritirandogli dal capo la sua potente - ma anche opprimente - protezione gli consente di esistere. A suo rischio e pericolo, s'intende.
Quale sorpresa rileggere la Genesi per scoprire che persino qui, proprio qui, la creazione è presentata come un'esperienza di divisione, di separazione: fra la luce e le tenebre, fra le acque superiori e quelle inferiori. E' dopo che le acque sono state raccolte tutte in un posto, ci racconta il testo biblico, che alla terra fu consentito di apparire. In ebraico questo viene evidenziato da un gioco di parole: il posto dove si devono raccogliere le acque si chiama «maqom», che è apparentato al verbo «qum», che vuole dire "sorgere". Il sorgere di un luogo è propiziato dal ritirarsi delle acque circostanti. Ogni creazione è una separazione, ma nella Bibbia abbiamo una divisione non solo tra gli elementi, ma anche tra Dio e il mondo. E' un punto, questo, estremamente importante. Che si riproduce, si ripresenta, quando Dio Padre abbandona, appunto, suo figlio sulla croce. «Signore, perché mi hai abbandonato?», dice Gesù. Il Padre avrebbe potuto, dovuto, rispondere: «Ti ho abbandonato per farti esistere. Ed operare nel mondo». Figuriamoci se Dio fosse intervenuto, all'ultimo momento, per salvare il figlio suo, «miracolosamente», strappandolo dalla croce!
Chi ha, chi ha avuto, dei bambini, lo sa: la vera sfida del creare è nell'abbandonare. Nel ritirarsi. A vantaggio della creatura. Per farla esistere. Ma ritirarsi - come? Forse era questa la questione che mi ronzava per la testa. C'è, mi sono chiesto, un modo di ritirarsi e di abbandonare, che sia al tempo stesso essere presente, ma in disparte, acquattato, sempre pronto a intervenire? E' stato allora che mi è venuto in mente Salinger. E mi sono ricordato de Il giovane Holden. Ovvero - titolo originale - The catcher in the rye. Già, the "catcher": colui che acchiappa chi sta cadendo." 

Beniamino Placido
1929-2010

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Bambini

"[...] Già, i bambini. Quella specie di specie protetta che il nostro comune «Welfare» ci impone continuamente di salvaguardare e sorvegliare, che ad ogni piè sospinto ci educa ad educare. Noi adulti, genitori resi sprovveduti dalle nostre incalzanti incertezze, dobbiamo imparare a nutrirli, vestirli, dialogare con loro, metterli in guardia dalle minacce del mondo. E la società si nomina garante, per loro. Censore, per noi. I messaggi che ci manda attraverso la scuola, i media, il nostro barcollante sistema di valori, sono una ininterrotta campagna promozionale per il progresso. Nostro di adulti. E loro, di figli. Viviamo, insomma, in un perenne stato di allerta educativo, confortati da un'unica certezza: quella di essere incapaci di fare da soli, come genitori.[...]".
Elena Loewenthal


E.Loewenthal, Il mistero della bambina, "La Stampa", 6 gen. 2010.


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03 gennaio 2010

C'era un paese che si reggeva sull'illecito...

"C'era un paese che si reggeva sull'illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati e questi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; perciò ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell'interesse del gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l'illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. A guardare bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo, la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune chi si era distinto per via illecita.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere.
Naturalmente una tale situazione era propizia anche alle associazioni a delinquere di tipo tradizionale che s'inserivano come un elemento d'imprevedibilità nella giostra di miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornioni a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza, nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.
Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Erano, costoro, onesti non per qualche speciale ragione; erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d'altre persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Erano una "contro società" che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare "la" società. Un'immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos'è".
Italo Calvino


*Italo Calvino, Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti, "La Repubblica" , 15 marzo 1980.


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24 dicembre 2009

Natale 2009


“Nello scasso profondo dei nuclei familiari Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi. Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo. Per una volta all’anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato. Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi. Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili. I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene.
Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati. Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano. Natale incalza a fondo i disertori.
Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva. Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio. Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.
La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui. Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale. Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora.
Lì dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due. Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa. Natale con i tuoi: buon per te se ne hai. Ma non è vero che si celebra l’agio familiare. Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta. Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento.
È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.”
Erri De Luca



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21 dicembre 2009

Migranti

"Dinanzi all'immigrazione contemporanea sono ancora veramente troppo poche le persone disposte ad ascoltare quei fantasmi che costituiscono gli anelli di una catena migrante, che si estende dall'Africa di cinquecento anni fa sino alle coste dell'Italia meridionale di oggi, legando assieme le storie nascoste, ma essenziali, della migrazione nella realizzazione della modernità. Rinnegare il ricordo evocato dalla presenza interrogativa del migrante odierno significa essere incapaci di considerare il proprio passato, e il suo ruolo, nella formazione del presente. Tra i diritti umani dovrebbe essere riconosciuto anche il diritto di migrare per migliore le proprie prospettive di vita. Dopotutto, i poveri dell'Europa - tra cui ci sono stati 26 milioni di italiani - hanno esercitato questo diritto per vari secoli. Ma ormai viviamo in un mondo dove, per molti, migrare è un crimine."
Iain Chambers


*estratto da Iain Chambers , I recinti dell’identità. Le radici meticce dell’Europa, Manifesto, 13 nov. 2008
dello stesso autore v. anche Migrazioni, Mediterraneo, Modernità, disponibile online in formato pdf (cliccare sul titolo); Paesaggi migratori, Roma, Melteni, 2003, 144 p. (link alla scheda del libro)
* link al sito di Iain Chambers

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14 dicembre 2009

Il dovere della "cura delle parole", oggi più di ieri

[....] La cura delle parole in tutti i suoi aspetti è ciò che Socrate definisce filologia. Vi sono persone, i misologi, che «passano il tempo nel disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi divenuti i più sapienti di tutti per aver compreso essi soli che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c´è nulla di sano o di saldo, ma tutto […] va su e giù, senza rimanere fermo in nessun punto neppure un istante». Questo sospetto che nel ragionare non vi sia nulla di integro c´è un grande pericolo, che ci espone a ogni genere d´inganno. Le nostre parole e le cose non devono "andare su e giù". Occorre un terreno comune oggettivo su cui le nostre idee, per quanto diverse siano, possano poggiare per potersi confrontare. Ogni affermazione di dati di fatto deve essere verificabile e ogni parola deve essere intesa nello stesso significato da chi la pronuncia e da chi l´ascolta. Chi mente sui fatti dovrebbe essere escluso dalla discussione. Solo così può non prendersi in odio il ragionare e può esercitarsi la virtù di chi ama la discussione."
Gustavo Zagrebelsky
Le parole della democrazia
"La Repubblica", 23 aprile 2009

08 dicembre 2009

Diagnosi

"[...] Non bisogna parlare a cuor leggero di declino italiano. Per quanto mi riguarda, è una parola che non ho mai usato. E bisogna rifuggire dal vezzo deprecabile del catastrofismo sul proprio Paese quando è governato da chi non vorremmo, salvo a rovesciare di colpo i termini dell´analisi, e veder tutto rosa quando si invertono i ruoli politici. Ma credo che oggi – lo dico con pena e con ansia – si ha l´impressione che qualcosa di profondo stia cedendo e si stia decomponendo, nel nostro tessuto intellettuale e sociale. E che la pulsione alla resa sia più forte di quella alla lotta. Voglia Iddio di star sbagliando."
Aldo Schiavone

*A. Schiavone, Il finale di partita del cavaliere, "Repubblica", 8 dic. 2009


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Copyright

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