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Il titolo di questo blog è ancorato ad un editoriale di Amos Luzzatto pubblicato sulle pagine del quotidiano "La Repubblica" nel giorno di Pasqua del 2001 sotto il titolo "Il valore della Libertà il rispetto della Legge".

14 novembre 2010

Occorre una rivolta lessicale

"Non c’è soltanto lo smog. Esiste anche l’inquinamento delle parole. “Chi parla male, pensa male”, diceva Nanni Moretti. Vero, quanto è vero. Una frase che mi è tornata in mente tante volte negli ultimi mesi ogni volta che sentivo ripetere quelle due parole: buonismo e giustizialismo. Non le sopporto.
Non so che cosa ne pensiate voi (ditemelo), a me sembra che questa alluvione di “ismi” rifletta uno stato d’animo profondo. Un tentativo lucido, violento perfino, di distorcere due modi di sentire preziosi fino a immiserirli. Rendendoli innoffensivi. Depotenziandoli, insomma, della loro forza dirompente.
Quasi una strategia politico-lessicale che tenta di anestetizzare la nostra sensibilità.
Così l’eccezione e gli eccessi (il giustizialismo) vengono contrabbandati per la regola, e la norma (il desiderio di giustizia) è violentata, cancellata. La “bontà” assume un valore “ideologico”, un profumo di incenso e catechismo. Meglio aggiungere quel suffisso “–ismo” e svuotare la sostanza, puntare il dito sull’apparenza che può essere additata come forma di esaltazione o ipocrisia. Una tecnica quasi “mafiosa”: bollare così una persona, un’azione, così nelle orecchie di chi ascolta rimane l’eco dell’-ismo, il venticello leggero della calunnia.
No, gli uomini e le donne “giusti” esistono. Ci sono i “buoni”.
Rosario Livatino e Giorgio Ambrosoli con la loro sete di giustizia non erano giustizialisti, ma uomini giusti. Sarebbe troppo comodo, però, ricorrere soltanto ai morti. Pensiamo all’Italia di oggi. Alle persone che conosciamo. Una delle fortune di noi giornalisti è proprio questa: incontriamo centinaia di persone. Quanti uomini giusti ho avuto la sorte di incontrare… Leggevo ancora ieri sera la sofferta e appassionata biografia del magistrato Armando Spataro. Il racconto di quando, poco più che trentenne, si trovò a sostenere l’accusa nei processi di terrorismo, rischiando – lui giovane marito e padre – la propria vita. Spataro è il magistrato che si è battuto per il rispetto della legge anche da parte di governi e agenti segreti nel processo per il sequesto di Abu Omar. Un giustizialista? No, secondo me una persona giusta.
Non uomini perfetti. Non santi. Persone con le loro debolezze, capaci anche di errori, che però vedono nella giustizia – una parola che poi ne comprende tante altre, come uguaglianza – uno dei pochi criteri che possano guidarci nella vita individuale e sociale.
Oppure don Gino Rigoldi, il sacerdote milanese protagonista di tante battaglie per gli ultimi, anche quando vestono i panni scomodi di clandestini e rom. Non liquidiamo le sue scelte scomode, assolute (magari per qualcuno discutibili) riportandole nel mare del relativismo in cui ci siamo abituati a nuotare. Don Gino non è buonista, è buono.
Volti e nomi noti. Ma quante persone sconosciute e a noi vicine potremmo definire giuste e buone. Ancora tante.
Eppure queste due parole sono state distorte fino a designare delle caricature. Troppo scomode per chi guida questo Paese, nella politica, nell’economia o nel giornalismo. Uomini che temono forse di trovare un’alternativa al proprio modo di vedere il mondo. Che sperano di poter applicare lo stesso relativismo alla definizione del bene e del male. Ma se individuiamo la giustizia, potremo indicare con la stessa chiarezza la disonestà e la spregiudicatezza. L’ingiustizia, insomma.
Parole scomode, però, anche per noi persone comuni. Giustizia, bontà: concetti impegnativi che ci costringono a un esame di coscienza, a un confronto in fondo con noi stessi.
Difficile cambiare, ma forse si può cominciare dalle parole, poi verranno i pensieri: aboliamo il giustizialismo e il buonismo. Tutti insieme."
Ferruccio Sansa


*dal blog di F. Sansa, "Il Fatto quotidiano", 27 settembre 2010 (Occorre una rivolta culturale)
 
 
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13 novembre 2010

Io urlo

Io lotto e mi ribello
Mi sono votato ad un suicidio
sociale.
Non nella
droga, come molti,
troverò il rimedio per un
mondo più giusto. Non parlo
per me, son cosi poca cosa.
Grido per coloro che non
Han più voce perché l’han
Persa urlando e piangendo
O per quelli che hanno
dimenticato di averla.
Urlo e mi strazio perché
Nemmeno l’eco io sento.
Chiedo forse l’impossibile e
La grandezza di questo ideale
Spegne a poco a poco
Tutto il mio vigore.
Nessuno lasci il suo posto
Per ascoltare il mio canto del
cigno:
a nessuno voglio sottrarre
tempo.
Fate solo un cenno con gli occhi:
mi sentirò più forte
e non soltanto illuso.
Mimmo Beneventano


*Poesia tratta dal libro Rabbia e Destino di Mimmo Beneventano (1948 - 1980), medico poeta e consigliere comunale del comune di Ottaviano, ucciso  a 30 anni per il suo impegno contro la corruzione e l'abusivismo edilizio.
*link al sito della
Fondazione Mimmo Beneventano.

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12 novembre 2010

Le parole per dirlo ...

"Alle donne succede spesso di crescere nella prospettiva non di un perché, ma di un per chi, cioè in modo funzionale a qualcosa o qualcuno. Per molto tempo anch’io ho pensato a me stessa in questi termini, poi, diciamo sui trent’anni, ho capito che la relazione numero uno dovevo stabilirla con me stessa, e ho spostato la vocazione dal fuori all’interno cercando una voce che dicesse il mio nome tutto intero".
Michela Murgia


*Sandra Petrignani, Murgia: «Vorrei un mondo pieno di dissenzienti», "L'Unità", 10 nov. 2010.

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02 novembre 2010

L’Italia sta marcendo



L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.”
Pier Paolo Pasolini, 1972
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01 novembre 2010

La pietruzza del mondo

"Perché si scrive? [...]  le risposte possibili sono tutte plausibili senza che nessuna davvero lo sia. Si scrive perché si ha paura della morte? E’ possibile. O non si scrive piuttosto perché si ha paura di vivere? Anche questo è possibile. Si scrive perché si ha nostalgia dell’infanzia? Perché il tempo è passato troppo in fretta? Perché il tempo sta passando troppo in fretta e vorremmo fermarlo? Si scrive per rimpianto, perché avremmo voluto fare una certa cosa e non l’abbiamo fatta? Si scrive per rimorso, perché non avremmo dovuto fare quella certa cosa e invece l’abbiamo fatta? Si scrive perché si è qui ma si vorrebbe essere là? Si scrive perché si è andati là ma dopotutto era meglio se restavamo qui? Si scrive perché sarebbe davvero bello poter essere qui dove siamo arrivati e allo stesso tempo essere anche là dove ci trovavamo prima? Si scrive perché “la vita è un ospedale dove ogni malato vorrebbe cambiare letto. L’uno preferirebbe soffrire accanto alla stufa, e l’altro è convinto che guarirebbe vicino alla finestra” (Baudelaire)?
O non si scriverà piuttosto per gioco? Ma non il puro gioco, come pretendeva l’avanguardia dell’avantieri in Italia e anche altrove, cioè la letteratura intesa come parole crociate che è tanto utile per ammazzare il tempo. Il gioco naturalmente c’entra, ma è un gioco che non ha niente a che vedere con gli scherzi in cui eccellono certi giocolieri, i prestidigitatori della domenica che sanno come dilettare lo spettabile pubblico. E’ semmai un gioco che somiglia a quello dei bambini. Di una terribile serietà. Perché quando un bambino gioca mette tutto in gioco. Prende una pietruzza e seduto sul gradino di casa, mentre scende la sera, reggendo la pietruzza sul palmo della mano dice che quella pietruzza è il mondo.
Sottolineo: non lo pensa soltanto, ma lo dice, perché è solo quando lo dice che il sortilegio si avvera e la pietruzza diventa il mondo: è il patto assoluto. Il bambino sa che se quella pietruzza cadesse il mondo precipiterebbe, l’universo in cui il mondo gira sarebbe perturbato, gli astri impazzirebbero e avanzerebbe il caos. Egli sa che finché durerà il suo gioco avrà nelle mani le sorti del mondo. Fino al momento in cui il padre appare nel riquadro della porta sorridendo, la cena è in tavola, si sta facendo freddo, domani è giorno di scuola, e ora bisogna rientrare. [...]
Antonio Tabucchi 
 
*A.Tabucchi, Il padrone della tabaccheria , “la Repubblica”, 31 gennaio 2007.

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31 ottobre 2010

Genova, mare e vento


«Ci sono giorni in cui la bellezza gelosa di questa città sembra svelarsi: nelle giornate terse, per esempio, di vento, quando una brezza che precede il libeccio spazza le strade schioccando come una vela tesa. Allora le case e i campanili acquistano un nitore troppo reale, dai contorni troppo netti, come una fotografia contrastata, la luce e l'ombra si scontrano con prepotenza, senza coniugarsi, disegnando scacchiere nere e bianche di chiazze d'ombra e di barbagli, di vicoli e di piazzette».
Antonio Tabucchi



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20 ottobre 2010

La politica dell'insulto

[....] Il rispetto, insegna Kant, è la premessa di ogni altra virtù, che non può esistere senza di esso, perché il senso della dignità propria e altrui è la base di ogni civiltà, di ogni corretto rapporto fra gli uomini e di ogni buona qualità di vita, propria e altrui. Il rispetto, nei confronti di chiunque, non può venire a mancare mai, nemmeno in circostanze drammatiche. Ci possono essere situazioni — in guerra, o per legittima difesa — in cui può essere tragicamente necessario colpire un uomo; non c’è alcuna situazione in cui sia lecita la mancanza di rispetto, nemmeno nei confronti di un colpevole cui giustamente venga comminata una grave pena.
Chi insulta l’avversario si delegittima; è come fosse politicamente interdetto e si includesse in quelle categorie di soggetti che secondo il vecchio codice cavalleresco non avevano i requisiti per poter essere sfidati a duello. Quegli improperi, pertanto, vanno considerati nulli, fuori gioco. È inutile e forse pure ingiusto prendersela con l’uno o con l’altra turpiloquente, perché ognuno fa quello che può, a seconda dei doni che ha o non ha avuto dal Dna, della famiglia in cui ha avuto la fortuna o la sfortuna di crescere, delle possibilità che ha o non ha avuto di sviluppare liberamente e con signorilità la propria persona o della malasorte che lo ha dotato di un animo gretto e servile. Chi nello scontro politico dice un’oscenità probabilmente non sa dire altro.
Non è uno scandalo che esistano queste volgarità; il grave è che esse non destino scandalo, che i loro autori non paghino dazio per il loro smercio di porcherie. È avvenuto qualcosa, nella nostra società, che ha mutato radicalmente quelle che ritenevamo regole pacificamente e definitivamente acquisite al vivere civile. Certe indecenze dovrebbero venire automaticamente sanzionate; se vengo invitato a casa di qualcuno e mi metto a sputare per terra, parrebbe logico che, quanto meno, non mi si inviti più e si cerchi di tenermi alla larga.
Anche l’ipocrisia, pur spregevole, è pur sempre, com’è stato detto, l’omaggio del vizio alla virtù e indica che una società possiede almeno il senso dei valori o, più semplicemente, di quelle forme che non sono vuota o rigida etichetta, ma espressione di reciproco rispetto. Se cadono queste regole, è come quando una violenta pioggia fa saltare i tombini e la melma delle fognature invade la strada.
Sembra invece che nessun comportamento, nessun insulto rivolto all’avversario politico, nessun gesto o termine disgustoso scandalizzi l’opinione pubblica. È avvenuta una radicale trasformazione che, distruggendo le vecchie classi — la classica borghesia, il classico proletariato — in un processo che per altri aspetti è stato liberatorio, ha distrutto sensibilità, valori, regole che ritenevamo componenti essenziali del patrimonio genetico della nostra società e del nostro Paese. [...]
Claudio Magris

*C.Magris, La politica dell'insulto, "Correre della sera",

13 ottobre 2010

La Lingua si radica nella Storia

"Indugiare a riflettere sulla lingua aiuta a rispondere a domande del tipo «Come siamo?», «Perché siamo così?», «Che cosa del passato è sopravvissuto nell'oggi?». Occuparsi delle origini di una lingua, della lingua italiana nel caso nostro, rilevare le correnti dotte e popolari che la solcano, vedere il rapporto della lingua coi dialetti, guardare a quest'Italia plurilingue, a un'Italia delle Regioni, guardare alle minoranze linguistiche, riflettere su sostrati e adstrati, fermarsi eventualmente sulla toponomastica e l'onomastica, sono altrettanti modi che ci permettono di vedere come in una lingua storia e cultura si intreccino in maniera evidente e inestricabile. Partendo dalle attestazioni presenti, è sempre possibile discendere verticalmente gli strati della lingua, calarci nel fondo delle radici. È appassionante compiere cammini a ritroso, tesi a una concreta ricostruzione storico-culturale, e che il ragazzo può anche verificare sul terreno. Riusciamo a trasformare le parole in una presenza quasi visibile del passato. [...]
Ogni cultura, attraverso le parole, continua ad appartenerci, vive ogni giorno nel nostro presente, celata tra le pieghe delle parole. Dietro di esse si svelano le tracce della piccola e della grande Storia. Basterebbe riuscire a far cogliere le stratificazioni di rilevante interesse storico, i più evidenti sedimenti del tempo, le innovazioni e i sommovimenti depositati sui precedenti giacimenti, dei quali il nuovo costituisce un prolungamento, una variazione. E anche si può far vedere come coesistano nella sincronia del presente elementi arcaici che vivono fianco a fianco agli strati più moderni, come i sedimenti colti si affianchino ai sedimenti popolari. [....]"
Gian Luigi Beccaria
 
*G.L. Beccaria, Se scavi nella lingua trovi la Storia, "La Stampa", 11 ottobre 2010. [leggi tutto]
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11 ottobre 2010

Voglio parlare della pace

[...] Per me essere uomo in uno scontro tanto prolungato significa soprattutto osservare, tenere gli occhi aperti, sempre, per quanto io riesca (e non sempre ci riesco, non sempre ho la forza di farlo). Però so di dovere almeno insistere, per sapere ciò che succede, cosa viene fatto a nome mio, a quali cose collaboro malgrado io le disapprovi nella maniera più assoluta. So di dovere osservare gli eventi per reagire, per dire a me stesso e agli altri ciò che provo. Chiamare quegli eventi con parole e nomi miei, senza farmi tentare da definizioni e da termini che il governo, l´esercito, le mie paure, o persino il nemico, cercano di dettarmi.
E vorrei ricordare – e spesso è questa la cosa più difficile – che anche chi mi sta di fronte, il nemico che mi odia e vede in me una minaccia alla sua esistenza, è un essere umano con una famiglia, dei figli, un proprio concetto di giustizia, speranze, disperazioni, paure e limitatezze. [...]
David Grossman

*D. Grossman, Voglio parlare della pace , "Repubblica” 11 ottobre 2010
Testo integrale del discorso che ha tenuto ieri in occasione del conferimento de "Il premio della pace" dell´Associazione degli editori e dei librai tedeschi alla Fiera del libro di Francoforte. [leggi tutto].

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07 ottobre 2010

"Non si danza mettendo i piedi su quelli degli altri"

"Il cristiano non evade la Storia. Deve mantenersi libero di rispondere in ultima istanza al Vangelo. Assumere posizioni coraggiose e proferire parole profetiche, anche se scomode per l'ordine regnate e ripugnante.Le mafie si sono infiltrate in tutto il nostro territorio, nei poteri economici, nelle istituzioni, nel governo. Il cristiano può vivere la propria vita solamente calandosi nella storia e nella sua opacità con una capacità di franchezza, di denuncia di tutte le illegalità, anche nella chiesa stessa, delll'ingiustizia, con consapevolezza e competenza, e acutezza di analisi, con discernimento e senza imposizioni, senza crociate. Non si danza mettendo i piedi su quelli degli altri".
Don Andrea Gallo

*"La Repubblica.Il Lavoro", 7 ottobre 2010.

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