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Il titolo di questo blog è ancorato ad un editoriale di Amos Luzzatto pubblicato sulle pagine del quotidiano "La Repubblica" nel giorno di Pasqua del 2001 sotto il titolo "Il valore della Libertà il rispetto della Legge".

09 giugno 2008

Genova

"La cosa che mi ha sempre colpito di più della mia città è il suo essere curva, un profilo che non è solo geografico ma anche caratteriale, un modo di sentire il mondo. La guardi e pensi a una città postmoderna dove c’è la prima metropolitana della storia, anche se i genovesi continuano a chiamarla ferrovia, dove tutto è fermo ma tutto è cambiato, una città che sembra esportata direttamente dalla fantasia, la vera, grande patria del ritorno. Perchè ci sono due tipi di liguri, uno che sta nello scagno a fare quattrini e quello che invece ritorna, che sa, dopo essere partito, che la cosa più importante di tutte è quella, un giorno, di tornare".
Ernesto Franco

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I Centri di permanenza temporanea

Nella sporca storia dei campi di concentramento italiani, l’ultimo capitolo si sta aggiungendo nei nostri anni. Oggi siamo persecutori e carcerieri di emigranti.
Durante la dittatura fascista si poteva ignorare l’esistenza di lager da noi gestiti in Jugoslavia, in Libia, in Eritrea. Oggi lo vogliamo ignorare. Teniamo rinchiusi nel recinto del tempo perduto uomini venuti fino a noi da terre di malora e viaggi di fortuna. Non hanno commesso alcun torto penale, perché entrare nel nostro paese da una spiaggia anziché da un posto di frontiera non è reato. Li rinchiudiamo lo stesso senza diritto di nominare un avvocato, ricevere una visita, scambiare corrispondenza. Il termine è due mesi, ma spesso la detenzione si prolunga, spesso si ripete.
Siamo carcerieri di innocenti alla luce del sole e progettiamo nuovi campi di concentramento. Degradiamo le nostre forze di polizia a secondini di naufraghi, maltrattatori di indifesi.
Centri di permanenza temporanea: così chiamiamo questi recinti. Seguiamo così la losca tradizione di nascondere l’infamia sotto parole innocue. I nazisti chiamavano “wohnungbezirk”, distretto abitativo, i ghetti in cui ammassavano gli ebrei per lo sterminio. Chiamiamo missione di pace la spedizione, verso guerre lontane, dei più specializzati reparti militari. In Iraq siamo complici di occupanti che aizzano Furore. Missioni di pace, centri di permanenza temporanea: ci fosse almeno una dittatura a tapparci occhi, orecchie, naso, bocca, con la censura. Macchè, siamo nell’appetitosa democrazia dell’occidente dove tutto e documentabile e nessuna scusa protegge la nostra inerzia. Squillano dagli organi d’informazione i titoli gaglioffi della tolleranza zero per il fattaccio o il fatterello di cronaca. Alzano tolleranza mille sui campi di concentramento, sulla somministrazione di dosi enormi di sedativi ai prigionieri, sulla spesa di oltre settanta euro a testa per ogni rinchiuso, denaro che dovrebbe far risplendere i posti.
Il nostro paese all’estero fa un po’ sorridere per la sua bizzarria di eleggere a capo di governo il suo maggior possidente. A questo aggiunge il guasto di essere carceriere di innocenti senza processo. Soffiamo bene sullo specchio appannato e guardiamoci in faccia: siamo sfregiati dal marchio di persecutori di naufraghi, di traversatori di montagne a piedi. I calcinculo promessi agli immigrati da qualche ciarlatano li stiamo dando a noi stessi spingendo il nostro popolo al rango più basso della sua civiltà. E’ atto di pirateria imprigionare naviganti, è atto criminali espellerli verso un paese, la Libia, che non riconosce il diritto di asilo.
E poi tutto questo zelo carcerario a cosa ci serve? Sta sbarrando i flussi migratori? No. Perché non esistono misure per fermare gli spostamenti umani quando sono maree. L’umanità si è sempre travasata, da un paese all’altro, da un continente all’altro. Quella odierna è un’epopea grandiosa di donne e uomini, vecchi e neonati, che affrontano pericoli e deserti per raggiungere una sponda di salvezza. E’ l’epica antica della nostra specie invincibile che scavalca frontiere e arriva a dare fresca forza di lavoro a volontà alle economie di un nord lento e calante.
A chi si chiede onestamente come potremmo accogliere tanta umanità, la risposta è che l’accogliamo già. I milioni di nuovi regolari non sono passati dall’ingresso principale, non li abbiamo previsti eppure sono stati assorbiti dall’economia clandestina, quella sì clandestina, l’economia sommersa del nostro paese. C’era bisogno di quelle forze e ne accoglieremo finché il mercato lo vorrà. A che serve l’apparato dei campi di concentramento? Ha un solo effetto, quello di renderci peggiori come persone e come popolo in blocco, oppressori di umili.
I migratori hanno dalla loro il numero, mastino della storia che non cede la presa. E la storia costringe.
(Erri De Luca, Pianoterra, Roma, Nottetempo, 2008, pp. 87-89.)


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Clandestini

Giuseppe Anzani
Fratelli nostri quei morti nel mare di casa
"Avvenire", 8 giugno 2008
E adesso che cosa si prova di fronte alla nuova tragedia, al­l’ennesima carretta del mare affon­data nelle acque di Lampedusa, ai corpi di 13 morti certi e di non si sa quanti altri, all’incerto destino de­gli scampati? Adesso, dico, adesso che il tema della sicurezza ci va martellando le orecchie e s’impasta col tema dell’immigrazione come in corto circuito mentale, a dise­gnare la Grande Paura, l’immagine dell’Orda? Possibile che l’intelli­genza dei fatti e delle cause non sappia partorire altro rimedio che preparare in futuro ai superstiti – come progetta un disegno di legge del ' pacchetto sicurezza' del 23 maggio – l’arresto in flagranza, il processo per direttissima e il car­cere da 6 mesi a 4 anni? « È un monito, una deterrenza » , di­cono alcuni politici che vogliono il pugno duro. E c’è chi profetizza un editto del Parlamento europeo, da cui attende man forte alla linea di tolleranza zero. Così si gestisce la sorte dei miserabili, così si caccia via la disperazione umana dei più sventurati. È brutale, ma risolve il problema, dicono. E invece no, invece è difficile dire persino se le fantasie della forza bruta siano più crudeli o più insi­pienti. I barconi, le carrette, i gom­moni carichi di corpi ammassati, torneranno l’indomani a inseguire la rotta che incrocia il rischio di naufragio e di morte, finché per lo­ro è la rotta ' della speranza'. Eva­cuati, internati, espulsi, rimpatria­ti, ancora le zattere rovesceranno nell’acqua il carico umano di vita rischiata, finché il vento che gonfia la vela si chiama disperazione. Le politiche di puro ' contrasto' sono improvvidenti se non fronteggiano le ragioni della spinta migratoria, e se non rimediano in radice le cau­se della scelta 'clandestina'. Il gua­sto infatti non è l’immigrazione, ma la clandestinità. Il fenomeno mi­gratorio è antico quanto il mondo; la piaga è cosa diversa, la piaga è la clandestinità. Piaga per noi, trage­dia per loro. Come non capire allora che il fuo­co del problema è lì, che c’è una clandestinità coatta dalle strettoie dei flussi legali al limite dell’impra­ticabilità ( migliaia di badanti do­vrebbero tornare a casa per chie­dere il visto e poi, forse, tornare qui) e dall’altro c’è la condizione uma­na, o si dovrebbe dire disumana, della terra d’origine, dove lo stento economico fissato dal protezioni­smo dei Paesi ricchi, le pandemie devastanti e senza farmaci, le guer­re nutrite dalle armi fornite da noi, le colpe dei satrapi locali, spingono i migranti a vender tutto, a pagare prezzi capestro ai passatori, a la­sciare i familiari in ostaggio ai mer­canti strozzini, a viver randagi pur di vivere. Sono anche gli infiniti vol­ti della miseria, appena sfiorati dal­l’ennesima Conferenza Fao, a dar giusto nome a ciò che chiamiamo 'invasione' ed è invece fuga di 'mi­granti forzati'. Non è solo problema d’Italia, è pro­blema d’Europa. Un mese fa il quo­tidiano spagnolo ' El Pais' parlava della teorica « irregolarità » in Euro­pa di 8 milioni di persone, e diceva che 8 milioni di rimpatri forzati sa­rebbero « una deportazione da Me­dio Evo » . È sì necessaria una cultura delle re­gole, ma abbracciata alla cultura della vita. Dobbiamo capire che la migrazione si governa con intese multilaterali, con i Paesi di origine, con i Paesi di approdo; e che non ha senso cacciarli da casa nostra se non li aiutiamo in casa loro. Sfogo al do­lore dei nuovi morti è di aiutare i vi­vi. Non chiameremo ' accoglienza' la sepoltura.

Le gazzette

"Le gazzette. È cosa detta più volte, che quanto decrescono negli stati le virtù solide, tanto crescono le apparenti. Pare che le lettere sieno soggette allo stesso fato, vedendo come, al tempo nostro più che va mancando, non posso dire l'uso, ma la memoria delle virtù dello stile, più cresce il nitore delle stampe. Nessun libro classico fu stampato in altri tempi con quella eleganza che oggi si stampano le gazzette, e l'altre ciance politiche, fatte per durare un giorno: ma dell'arte dello scrivere non si conosce più né s'intende appena il nome. È credo che ogni uomo da bene, all'aprire o leggere un libro moderno, senta pietà di quelle carte e di quelle forme di caratteri così terse, adoperate a rappresentar parole sì orride, e pensieri la più parte sì scioperati."
Giacomo Leopardi

I media - 2007

David Grossman
Raccontare una storia per salvare gli uomini
"La Repubblica" 5 settembre 2007
La realtà in cui viviamo oggi non è forse crudele come quella creata dai nazisti ma certi suoi meccanismi hanno leggi di fondo molto simili che offuscano l´individualità dell´uomo e lo portano a rifiutare obblighi e responsabilità verso il destino degli altri. E una realtà sempre più dominata dall´aggressività, dall´estraneità, dall´incitamento all´odio e alla paura; dove il fanatismo e il fondamentalismo sembrano farsi più forti ogni giorno mentre altre forze perdono la speranza di un cambiamento. I valori e gli orizzonti del nostro mondo, l´atmosfera che vi si respira e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo mass media, un´espressione coniata negli anni Trenta del secolo scorso quando i sociologi cominciarono a parlare di «società di massa». Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Di quale processo i mass media abbiano subìto? Ci rendiamo conto che gran parte di essi non solo convogliano un tipo di comunicazione destinata alle masse ma trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trattando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un´atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce, rendendo kitsch tutto ciò che toccano: le guerre, la morte, l´amore, l´intimità. A un primo sguardo sembra che questo tipo di comunicazione si incentri sul singolo, sull´individuo, non sulle masse. Ma è una suggestione pericolosa. I mezzi di comunicazioni di massa pongono il singolo in primo piano, lo consacrano persino, incanalandolo sempre più verso se stesso. Anzi, in fin dei conti, esclusivamente verso se stesso: verso i suoi bisogni, i suoi interessi, le sue aspirazioni, le sue passioni. In mille modi, palesi o nascosti, liberano l´individuo da ciò di cui lui è in ogni caso ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni. E nel momento in cui lo fanno ottenebrano la sua coscienza politica, sociale e morale, lo trasformano in un materiale docile alle manipolazioni da parte di chi controlla i mezzi di comunicazione e di altri. In altre parole lo trasformano in massa. (...) È questo il messaggio dei mass media: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni a essere significative e importanti ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo zapping.

I media - 1993

"La convenzione dell’intervista a tutti, su tutto, in tutte le occasioni sta diventando la formula più imperversante di un sistema informativo che ha assunto proporzioni deliranti; i giornali, la radio, la televisione, in qualsiasi ora del giorno e della notte ci inseguono, ci trafiggono con informazioni di ogni tipo che arrivano da tutte le parti; una valanga di nozioni e di notizie che non riusciamo più a contenere, ad assimilare, a trasformare in un “vissuto” o in consapevolezza personale. Esiste soltanto questo ininterrotto e demenziale flusso di parole, immagini, rumori che sommerge tutto; un gigantesco feticcio che occultando ormai completamente la realtà di cui vorrebbe riferire ci toglie ogni responsabilità di intervento, alienandoci, cancellando in partenza qualsiasi tentativo di modificarla. Un inesausto interminabile spettacolo, atroce, ottenebrante, nel quale annega ogni cosa; insomma il nulla, il vuoto, la totale cancellazione. Per una forma non più di igiene, ma di salvezza mentale, sarebbe forse il caso che ogni tanto e per periodi sempre lunghi, la televisione restasse spenta, la radio tacesse, i giornali smettessero di uscire, in modo che ognuno tornasse ad avere il tempo per occuparsi veramente di se stesso, della propria individualità, magari soltanto per rimettere insieme i pezzi, a brandelli".
(Federico Fellini, Fare un film, Torino, Einaudi, 1980, poi 1993, p.1 71)

L'indifferenza


"Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi pericoli. Ma di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza; il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza; il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza. E’ contro di essa che bisogna combattere con tutte le proprie forze. E per farlo un’arma esiste: l’educazione. Bisogna praticarla, diffonderla,condividerla, esercitarla sempre e dovunque. Non arrendersi mai"
Elie Wiesel


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08 giugno 2008

La stupidità

Vittorino Andreoli
Stupidità, la peste di oggi

"La Stampa", 21 aprile 2005

Nessuno si chiede se un’ape sia intelligente oppure no, se una formica o un coleottero siano stupidi. E si tratta di specie che hanno una lunga storia sulla terra: le tartarughe e gli elefanti hanno visto l’arrivo dell’uomo quando già calpestavano questo mondo da molte migliaia di anni. Verrebbe da sorridere di fronte a uno che accusasse di stupidità una farfalla o la proclamasse sapiente. Si è pensato a macchine straordinarie ma concluse, incapaci di creatività, insomma prive di intelligenza. Nell’uomo sapiens-sapiens l’intelligenza giunge a sovvertire gli imperativi della specie, stampati nel codice genetico e, quindi, uno può suicidarsi o uccidere un esemplare della propria famiglia. Secondo questo criterio, da una parte si potrebbero mettere le specie viventi non intelligenti ma perfette e dall’altra parte l’uomo, intelligente ma sommamente imperfetto. La fuga del gene è una fuga dalla perfezione e ce se ne allontana sia con un gesto innovativo, sia con uno distruttivo. Al di fuori della perfezione c’è l’errore e la specie umana ne è certamente la massima espressione. Aver applicato lo schema intelligenza-stupidità ha permesso una lettura dell’evoluzione completamente opposta a quella che avremmo se si applicasse lo schema perfezione-difetto. In un caso risultiamo all’apice dell’evoluzione, nell’altro a un livello certamente basso. Era prevedibile che un criterio inventato dall’uomo fosse a lui benevolo e anzi che lo usasse persino per giudicare gli altri esseri viventi. Non sono affatto sicuro che l’intelligenza sia una considerevole acquisizione e non sono sicuro che un bilancio dei suoi effetti, tra negativi e positivi, sia per il vantaggio. Metterei su un piatto i versi poetici, ma sull’altro le guerre. Da un lato le raffinate espressioni amorose, dall’altro gli odî fratricidi. Nessun’altra specie vivente sa odiare come l’uomo e nessuna «belva» si è mai comportata come lui. Su un piatto della bilancia dovrei mettere il trapianto di cuore su un bambino, sull’altro tutti gli altri che vengono lasciati morire di fame. La specie umana ha introdotto tecnologie, si è servita di protesi che ha dapprima trovato in natura e poi inventato artificiosamente. E all’uso degli strumenti si accompagna la comunicazione che diventa simbolica fino ai linguaggi parlati e scritti. Un risultato straordinario, una moltiplicazione, una sommazione di capacità semmai già presenti in nuce in altre specie.
Insomma, andrebbe rivisitato con molta più prudenza il processo evolutivo nel suo insieme che ha autoassegnato all’uomo capacità e doti così speciali da farne il più alto rappresentante della vita sulla terra e da rendere accettabili tutte le sciocchezze che compie e che nessun essere «inferiore» mette in atto. Con un po’ più di prudenza l’uomo può apparire, come appare a me, un essere imperfetto e, in termini di intelligenza, uno stupido.
La stupidità massima si coniuga, l’abbiamo detto, con il potere, quando cioè l’uomo tende ad aumentare la propria avidità. Però la stupidità si è infiltrata ovunque, fino a obbligare la persona onesta e creativa a chiudersi nella cella del privato, in una stanza che ha il sapore di un carcere di massima sicurezza.Ci sono mafia e ’ndrangheta, ma anche i clan universitari, le famiglie intellettuali e industriali. Una società idiota. I più grandi emarginati del tempo presente sono le persone veramente intelligenti. Sullo scenario della vita si percepiscono solo le loro controfigure, sembrano intelligenti ma sono idioti. I travestiti della mente, dentro la testa hanno solo sterco. Come in un transessuale: si cerca il mons veneris e si trova un pene mostruoso.Gli intelligenti vivono male in questa società, ma sono pochi e insignificanti. Per il resto è una «città ideale», persino democratica, dove tutti sono egualmente idioti, ma nessuno se ne accorge e quindi si può cambiare il dizionario e dare la stessa definizione dell’intelligente all’idiota. La misura di tutte le cose è il denaro, questo amuleto delle civiltà evolute. Può tutto e ha dalla propria parte ogni divinità.La stupidità è endemica, come la più grave delle malattie infettive, come la peste. E’ la peste del tempo presente. Se uno è stupido si aggregherà con gli stupidi, si attornierà di idioti. Si attiva il meccanismo della selezione naturale: gli intelligenti sono segregati e uccisi psicologicamente, gli stupidi si moltiplicheranno come i topi, come i conigli. Genereranno bambini che la natura potrà anche aver dotato di capacità creative, ma diventeranno stupidi perché educati alla stupidità. Respireranno un’aria mefitica, che uccide la mente e rinvigorisce i muscoli e il tessuto cavernoso del pene che si erigerà sempre di più. L’intelligenza è una possibilità della biologia, non un imperativo, non una necessità. L’educazione sopprime ogni potenzialità e così crescono piccoli idioti che poi diventano grandi e ancor più idioti. I bambini più intelligenti muoiono perché appaiono, nel migliore dei casi, folli. Una società di idioti genera idioti che genereranno idioti.Persino gli strumenti tecnologici ne vengono colpiti: basti guardare la televisione, il cinematografo, i videogiochi. Oggetti stupidi a immagine e somiglianza di un uomo cretino che deve stare in video a mostrare il proprio mostruoso pene, l’unico organo vivente. Sul teleschermo si muovono tanti peni incravattati, rivestiti di griffe prestigise. Una società di idioti non può che avere una televisione idiota che li rassicuri, che permetta di identificarsi continuamente, di percepirsi come grandi. E così si programma il concorso per miss idiota, le sfide della stupidità, i quiz dell’ignoranza. E il televisore diventa il luogo della pornografia, la pornografia della stupidità, del gusto dell’orrido intellettivo, dell’osceno razionale, del voyeurismo ebete. Gli intellettuali balbettano dimenticandosi di essere degli attori di questo teatro dell’ipocrisia e della crudeltà. (...) Nella società del sembrare, una patacca brilla come un cristallo di Boemia, come un diamante del Transvaal. Una puttana si confonde con una vergine, un travestito con una miss. Solo l’idiota rimane idiota, con desideri idioti, con l’invidia da idiota, con l’arroganza dell’idiota, con la superbia degli stupidi.L’ho imparato da molto tempo: per essere felici bisogna essere idioti oppure maniacali, delirare fino a percepirsi dio. Se il fine dell’umanità è la felicità, allora questo tempo è in perfetta sintonia con l’evoluzione. Aumentando il sapere, aumenta il dolore: l’idiota non sa nulla ed è felice.

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Percorsi di lettura
Vittorino Andreoli, Dietro lo specchio. Realtà e sogni dell’uomo di oggi, Milano, Rizzoli, 2005

Graffiti



“[…] La parola sui muri è una parola imposta dalla volontà di qualcuno, si situi egli in alto o in basso, imposta allo sguardo di tutti gli altri che non possono fare a meno di vederla o recepirla. La città è sempre trasmissione di messaggi, è sempre discorso, ma altro è se questo discorso devi interpretarlo tu, tradurlo tu in pensieri e in parole, altro se queste parole ti sono imposte senza via di scampo. Sia essa epigrafe di celebrazione dell’autorità o insulto dissacratorio, si tratta sempre di parole che ti piombano addosso in un momento che tu non hai scelto. E questa è aggressione, è arbitrio, è violenza […] dove la scritta è una nuda affermazione o negazione che richiede dal leggente soltanto un atto di consenso o di rifiuto, l’impatto della coercizione a leggere è più forte delle potenzialità messe in moto dall’operazione con cui ogni volta riusciamo a ristabilire la nostra libertà interiore di fronte all’aggressione verbale. Tutto si perde nel frastuono del bombardamento neuro-ideologico a cui sono sottoposti i nostri cervelli da mattina a sera […]
E’ la presenza della scrittura, le potenzialità del suo uso vario e continuo che la città deve trasmettere, non la prevaricazione delle sue manifestazioni effettuali: […] la città ideale è quella su cui aleggia un pulviscolo di scrittura che non si sedimenta né calcifica. Ma i poveri muri delle città italiane non sono diventati anch’essi ormai che una stratificazione di arabeschi e ideogrammi e geroglifici sovrapposti, tali da non trasmettere altro messaggio che l’insoddisfazione d’ogni parola e il rimpianto per le energie che si sprecano? Anche su di essi forse la scrittura ritrova il posto che è insostituibilmente suo, quando rinuncia a farsi strumento d’arroganza e di sopraffazione: un brusio cui occorre tendere l’orecchio con attenzione e pazienza fino a poter distinguere il suono raro e sommerso d’una parola che almeno per il momento è vera.”
Italo Calvino (Collezione di sabbia, Milano, Mondadori, 1994

Sfumature

Pietro Citati
Fatemi il favore non datemi del tu
"La Repubblica", 30 agosto 2007

Tranne pochi moribondi, tutti gli italiani, oggi, si danno del tu. Dopo il 1945, il tu e il compagno dei comunisti enunciavano l´utopia definitiva, l´Eden, nel quale gli uomini sarebbero stati fratelli, e ogni differenza di ricchezza, popolo e professione sarebbe stata abolita. Miliardi di tu e di compagno vennero scambiati, molto spesso in perfetta buona fede. Ma nessuno ha conosciuto l´Eden; e mai, nell´Unione Sovietica e nei Paesi satelliti, il potere, l´arroganza, il disprezzo, la disuguaglianza avevano mostrato un volto così mostruoso. Il tu dei nostri giorni ha un carattere completamente diverso. Non so quando nacque. Forse cominciarono i medici a darsi del tu fra loro: li seguirono i giornalisti, gli scrittori, i professori universitari e, via via, le altre categorie sociali. Poi gli italiani continuarono ad affratellarsi: l´industriale diede del tu al suo operaio, il medico all´ingegnere, il professore universitario al giornalista, che prima disprezzava. Alla fine, questo fenomeno ha assunto, specialmente tra gli uomini politici, un aspetto grottesco: la perdita del cognome. Quando appaiono in televisione o nei titoli dei giornali, Berlusconi è Silvio, D´Alema è Massimo, Fassino Piero – e poi c´è Pier Ferdinando, Gianfranco, Walter, Giulio, Umberto, Clemente. Non possiamo indignarci se gli studenti delle scuole medie, adeguandosi alle nuove abitudini, si rivolgono nello stesso modo ai loro professori. Questo tu pretende di esprimere l´epoca dell´amicizia universale. Ti do del tu, e dunque sono tuo amico, ho fiducia in te, ti faccio le mie confidenze (rapide come in treno), rido con te, ti racconto barzellette, ti amo, ti invito a cena, ti bacio sulle guance e ti do una pacca affettuosa sulla schiena. In realtà, questo tu indifferenziato rivela la fine di ogni rapporto personale. Non ha nulla in comune con lo you inglese, pieno di sottigliezze. Tra le due persone che si danno del tu non c´è alcun affetto né amicizia: non c´è alcuna affinità: nessuno dei due ha interesse per l´altro, osserva il suo comportamento, studia la sua psicologia.DOPO un´ora, i due si voltano le spalle e non si vedranno mai più, come non si fossero mai conosciuti. Il Lei, al quale ricorrono ancora i moribondi, non suppone vanità, orgoglio, superbia, senso di superiorità o disprezzo. Il Lei implica quella distanza tra esseri umani, che spesso è giusto conservare: non possiamo identificarci con tutti, essere uno con la persona incontrata al caffé o a teatro, e con la quale scambiamo discorsi insignificanti. Suppone discrezione e rispetto: l´occhio guarda con attenzione l´altro e vede svolgersi, davanti a lui, i suoi sentimenti e cerca di capirli e di interpretarli. E´ una specie di velo. Può nascondere l´affetto più profondo, la timidezza, l´incertezza, la perplessità, la devozione, la venerazione, l´ironia delicata. Qualche volta, il Lei si addolcisce, sfociando nel vero tu, quello dell´amicizia assoluta: a volte, persiste lungo due vite, come un legame flessibile che non può sciogliersi. L´uso generale del tu fa parte di un fenomeno più generale: quello della semplificazione avvenuta nella nostra epoca. Siamo convinti che, dopo l´avvento della società di massa e la cosiddetta globalizzazione, il mondo sia diventato uniforme; e allora ci sembra giusto che tutti scambino tra loro il pronome della vicinanza. Ma il mondo non è uniforme. Mentre i prodotti cinesi invadono l´Italia, gli emigrati marocchini e rumeni abitano le nostre città, le classi si suddividono in strati sociali sottilissimi, la realtà è diventata molto più contraddittoria, piena di misteriosi doppi fondi, talvolta incomprensibile. Un italiano del 1930 o del 1945 poteva descrivere con una certa precisione il proprio paese. Noi non conosciamo affatto l´Italia del 2007; e i giudizi che leggiamo nei giornali e nei libri peccano spesso per una grossolana approssimazione. Niente è quello che pare, o finge di essere. Tutto è sfumatura. Le parole non rivelano le cose. I nostri occhi sono divenuti ciechi: gli orecchi sordi. Se la realtà ci sfugge da tutte le parti, non possiamo rifugiarci nelle verità generali, che una moltitudine di esperti o di interpreti ci propone. Non c´è nulla di semplice o di stabile. La nostra intelligenza dovrà diventare sempre più attenta, sottile, inseguendo i colori diversi, le sfumature, le ombre, le apparenze, le incertezze, i misteri, i movimenti rapidissimi e contrastanti delle cose. Musil diceva: "Dobbiamo cercare di vivere come se fossimo nati per trasformarci dentro un mondo creato per trasformarsi, press´a poco come una goccia d´acqua dentro una nuvola".

Copyright

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